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Falsi idoli.

Non avete idea di quanto stia ascoltando Tricky in questi giorni. Non so cosa sia di preciso. Non Tricky. La voglia di ascoltarlo. Una improvvisa nostalgia di quegli anni, di Bristol, del trip hop, della drum and bass? Forse. Una rottura di scatole per la musica dance di oggi, della quale sono riuscito a seguire (quasi tutto) il filo fino al dubstep, poi è stata la volta del wonky e qualche giorno fa discutevo con una persona e mi ha citato il “purple sound” e allora niente, ho perso ogni speranza? Sono quasi certo che sia così.

Sta di fatto che da un paio di giorni non ascolto davvero altro. Inarrivabile il suo primo lavoro, Maxinquaye (targato 1995). Stupendo anche quel disco iper-collaborativo che era Nearly God e solo un gradino più sotto Pre-Millenium Tension, entrambi 1996. Poi boh, tanto boh nel mezzo. Così tanto boh che rischiavo di perdermi il nuovo False Idols. Sapevo dell’uscita, mi era passato tra le mani al lavoro e avevo letto qualche recensione — qualcuna anche entusiasta. Pensavo di passare avanti, di lasciare perdere. Non è più affar mio. Credevo.

Invece, per concludere questo polpettone di fatti miei in salsa amarcord — invece, dicevo, l’ho ascoltato. Ed è bellissimo. Contiene alcune delle sue canzoni più belle, a mio modestissimo parere. E, caso più unico che raro soprattutto per i dischi nuovi, nei confronti dei quali i discografici non sanno più che meccansimo di marketing applicare: la seconda parte del disco è molto più bella della prima. Magari è una casualità, e ad altri può benissimo fare schifo ciò che a me piace, etc. etc. Però secondo me c’entra il fatto che False Idols è una produzione dell’etichetta omonima di cui Tricky è il proprietario.

Un disco che non aggiunge nulla alla salsa, sia chiaro. Anzi, a me pare che si allontani parecchio dalle sue ultime (scarse) produzioni. Si vede che anche lui sentiva la nostalgia degli anni che furono ed è andato a pescare esattamente in quel suono. Quel suono lì per il quale sono già state spese talmente tante parole che non ne vale la pena aggiungerne una in più. Di solito non mi piace quando un artista non riesce più a guardare avanti e allora si volta indietro, per andare sul sicuro. Non mi piace come modus operandi dell’artista e, talvolta, nemmeno come mio modus operandi di ascoltatore. Appena sento puzza di retromania, cerco di scappare — mi dico: c’è così tanta musica nuova da essere ascoltata, e così poco tempo per farlo, che forse non ne vale la pena. Una regola questa, che come tutte le regole però contempla un’eccezione.

Se continua così rischia di diventare uno dei miei dischi dell’anno. Lo dico con un filo di speranza: quella ormai persa di poter avere un disco genericamente etichettabile come “mainstream” che fosse degno di essere ascoltato e piazzato ai piani alti delle preferenze di fine anno. Però, si sa, sono debole di cuore. Un brano così, con la voce — bellissima — di Francesca Belmonte, riesce ancora a mandarmi ko. Un giro di basso sporco e cupo che ti si piazza in testa — e basta: si rischia di essere zuccherosi.