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Il vinile è tornato di moda (ma come accessorio)

vinile tornato di modaFoto via flickr

Quando il vinile è tornato di moda? È una domanda alla quale è difficile rispondere, perché per molti ascoltatori gli LP non sono mai andati fuori moda. È innegabile, tuttavia, che negli ultimi anni il disco in vinile abbia fatto ritorno (causando tra l’altro qualche problema all’industria musicale). Ma si tratta di un ritorno molto diverso da quello che sembra: i dischi in vinile, per quanto abbiano ripreso a vendere, rappresentano solo una piccolissima fetta dell’intero mercato musicale, per il resto dominato ancora dal compact disc e dalla musica in streaming (il download, come si può ben intuire, non riuscirà a non soccombere sotto l’avanzata di Spotify, Apple Music e simili). I dati della IFPI dicono che nel 2014 i dischi in vinile hanno fatto un +57,4% rispetto all’anno prima (+260% rispetto al 2009), ma concorrono solamente per il 2% delle vendite di musica globali.

Una recente inchiesta della CNN ha messo poi in luce il vero dato fondamentale del ritorno del vinile: il suo essere di moda, «fashionable», per usare un termine americano. Citando i dati di una ricerca della ICM, nei primi tre mesi del 2014 la maggior parte degli acquirenti di un disco fisico (più della metà dei quali aveva acquistato un vinile) non lo hanno poi ascoltato:

In the last three months, one in six (15%) purchasers of physical music formats bought music to keep – not to listen to. Over half (53%) bought a vinyl record, 48% a CD, and 23% an audio cassette tape that they have no intention of ever listening to. This behaviour is driven by 18-24 year old music purchasers, with just over one quarter (26%) buying music to own not play.

Il dato può fare, o meno, pensare. Se è vero che è sempre esistita una buona fetta di audiofili che acquistava senza ascoltare, o ascoltava una volta sola (quella necessaria a produrre una copia privata, prima su cassetta e in tempi più recenti su file audio) o drogava il mercato con il cosiddetto fenomeno delle «due copie» (una l’ascolto, l’altra la archivio), è altrettanto vero che a molti ascoltatori ciò che interessa maggiormente è ancora la musica, anche e soprattutto perché contenuta su un supporto che — a torto o a ragione — ritengono superiore.

Sta di fatto che, ultimamente, i vinili sono venduti pressoché ovunque. Non solo in quei negozi che alla fine degli anni Ottanta si erano convertiti in fretta e furia al compact disc, ma anche nei negozi in cui la musica non era mai entrata prima, ma che hanno capito come oggi sia diventato un oggetto alla moda; quasi un accessorio da abbinare al capo di abbigliamento e che serve a delimitare il campo entro il quale far abitare il proprio essere, il proprio lifestyle. Detto questo, credo che nessuno sia stupito del fatto che la catena di abbigliamento Urban Outiffters negli Stati Uniti lo scorso anno dichiarava di essere il principale canale di vendita di dischi in vinile al mondo (ma poi qualcuno ha fatto notare che il dato, per quanto notevole, posizionava la catena al secondo posto: al primo regnava Amazon). A proposito è anche nato un dibattito: a fronte di chi, tutto sommato, considerava normale acquistare dischi in un negozio di abbigliamento, c’è stato anche chi si è schierato contro. Ma non è questo il punto.

Alexandra Molotkow sul sito Hairpin ha provato ad indagare il motivo non tanto del fatto che Urban Outfitters venda dei vinili, ma perché tra questi ci siano i dischi della Dave Matthews Band.

Forse serve una premessa. La DMB non è esattamente il gruppo di culto della massa di hipster che ha scatenato il ritorno in vinile. È un gruppo che in Italia definiremmo, e non del tutto a torto, come un gruppo di «riccardoni»: musicisti che piacciono ad altri musicisti e che basano gran parte del loro status proprio su questo. La DMB non viene mai associata a fenomeni cool, o alla coolness in generale. Si posiziona anzi agli antipodi, non essendo riusciti (più di tanto) ad avere un ricambio generazionale tra le file dei loro ascoltatori. Molotkow stessa lo pensa, tanto da scrivere:

Dave Matthews Band are just about the only group in contemporary Western music that has consistently not been cool. High is adaptable, low is adaptable, out-there is adaptable, but DMB are the middle of the road. To be honest, I’ve never really listened to them—“Too Much” makes me uncomfortable in a not-not-good way, and I remember making fun of the vocals on “Don’t Drink the Water” in middle school, but I know way more about what the band means than what they sound like.

Dunque, riassumendo: i vinili sono di moda, molti di coloro che li acquistano non li ascoltano ma lo fanno per l’oggetto in sé, vengono venduti in posti cool come Urban Outfitters, o comunque spesso e volentieri non vengono associati tanto alla musica che contengono quanto al lifestyle che rappresentano. E però, da Urban Outfitters si trova Under the table and dreaming della Dave Matthews Band. Ci dev’essere qualcosa che non quadra. Forse. Molotkow ha messo insieme due o tre indizi, ed ha ottenuto una prova: chi ascoltava la band negli anni Novanta probabilmente ora è papà, e si vede trascinato dai propri figli quasi adolescenti (i cosiddetti «tweens») il sabato pomeriggio nei negozi di abbigliamento. Perché non rendergli lo strazio più sopportabile, giocando sull’effetto nostalgia che la visione di un disco che hanno adorato ai tempi del college sicuramente porta con sé?

So… why Dave Matthews Band? Maybe Dads are the reason. Under the Table and Dreaming came out in 1994. If you listened to it in college, there’s a good chance you’re in your 40s, which means there are tweens who grew up listening to DMB with none of the bad associations, unless they had some late-millennial older sibling telling them DMB sucks. But late millennials are way less adamant than Gen-Xers were about who sucks and who doesn’t.

Non è l’unico indizio che giustifica il ritorno del vinile. Però è un buon argomento che gioca a favore di chi considera questo ritorno figlio del marketing, più che della passione musicale. Non è una questione di musica, né della sua qualità: piuttosto, l’oggetto vinile, ci identifica agli occhi degli altri come dei veri appassionati di musica. È un accessorio, dunque, e per questo viene venduto anche da Urban Outiffters.

Spazi fisici.

stylus-on-record

Neil Young, pur di promuovere il suo (inutile) lettore Pono, ha dichiarato che quella dei dischi in vinile è solo una moda (probabilmente non del tutto a torto) e che tutto sommato un Lp non suona meglio di un cd poiché viene prodotto comunque «partendo dai master digitali» (dunque, questo il sottinteso, è un «falso analogico»). Ari Herstand spiega — con argomenti non del tutto differenti da questi — perché il cantautore sbaglia (pur di promuovere il suo prodotto):

La musica in vinile è molto più del solo (percepito) suono migliore. L’ascolto digitale non possiede il calore di un disco sul giradischi. Le sue imperfezioni. La serenità di sapere che tua madre non ti chiamerà interrompendo la canzone. Questa musica è così meravigliosamente e intenzionalmente staccata dal mio telefono. Non ci sono distrazioni.
Il vinile è un’esperienza completa. Meravigliosamente tattile. Mi piace esaminare la copertina di un Lp. E il retrocopertina. Molti dischi hanno anche l’inserto con i testi da leggere mentre li si ascolta, l’artwork extra, le storie, i crediti e le note. Stiamo davanti a degli schermi tutto il giorno, ed è bellissimo guardare un pezzo di arte che non si illumina e non sta nel palmo di una mano. E dal momento che stiamo trasferendo la nostra vita interamente nella sfera digitale, come esseri umani ci piace mantenere un pezzetto di spazio fisico. Lo desideriamo. E lo abbracciamo. Mentre tutta la musica del mondo è a portata di dito (letteralmente), sto pian piano costruendo una collezione di dischi in vinile di cui sono fiera. E che sono felice di condividere con altre persone quando siamo insieme.

Spinnin’ ‘round

Il mercato dei dischi in vinile è in piena espansione. Si stampano sempre più supporti, ma negli stessi impianti. Questo causa non solo degli evidenti problemi nei tempi di consegna, ma anche nello sfruttamento (e conseguente riparazione) dei costosissimi macchinari che stampano i dischi. Spiega a Mark Guarino del Washington Post Matt Early, titolare della pressing plant Gotta Groove Records di Cleveland:

The six presses that make his records at Gotta Groove Records in Cleveland are more than 40 years old, which means extra shifts and increased production is a recipe for potential disaster, especially when orders are lined up for months.

“It keeps me up at night,” he says. “My biggest worry is what is going to break when, not if it will break. Everything breaks.”

So Early prepares by budgeting heavily, which he says is just the reality of operating a record-pressing plant. His is one of only about a dozen or so left in the United States that face similar challenges. Despite the increased public demand for vinyl records, spanning mass reissue campaigns of premium-quality vinyl by classic bands such as Pink Floyd to small seven-inch runs by local bands to sell at gigs, press operators say that profit margins are narrowing because of the increasedcosts involved in locating, refurbishing, installing, operating, and ultimately repairing machines that are no longer made but are pushed harder and faster than they were in their heyday.

(foto via Flickr)

Houston, potremmo avere un problema.

C’è un bell’articolo di Alex Lawson sull’Independent che mette in evidenza quello che gli operatori del settore sanno già da un po’ sul ritorno del vinile. Sintetizzabile come segue. Prima per stampare un disco in vinile ci voleva un mese. Adesso, casua l’enorme richiesta, ce ne vogliono tre: un tempo che fa saltare i nervi delle case discografiche, costrette a rimettere mano al release plan, e ai fan che devono attendere per avere il prodotto tra le mani. Come sottolinea anche uno dei promotori del Record Store Day — spesso citato come causa di questi picchi di produzione, dove le major la fanno da padrone a discapito delle indipendenti e delle etichette più piccole, come ha evidenziato Kudos, uno dei maggiori distributori musicali independenti — per le case discografiche il problema è duplice: o stampare più pezzi, rischiando di avere invenduti sul groppone, o al contrario stamparne meno con il rischio di non avere scorte sufficienti e di non riuscire a fare un re-stock in tempi brevi.

I dischi, poi, sono stampati sulle stesse macchine di quarant’anni fa: i costi per quelle nuove sono proibitivi e nessuno se la sente di investire. Per fare un esempio concreto anche la GZ, pressing plant ceca tra le più grandi al mondo, per aumentare la produzione ha acquistato delle vecchie presse. D’altronde, come sottolinea Shane Whittaker (co-fondatore di Curved Pressings) nel citato articolo sull’Independent, fino a che si riesce ad essere fiorenti sul mercato e ad assumere gente va tutto bene, ma si deve considerare che quella del vinile è «un’industria che non esiste quando si va a parlare con un direttore di banca».

Questa situazione rischia di avvitarsi su se stessa. Aumentando la richiesta c’è il rischio che la produzione cresca a dismisura, portando ad un innalzamento del prezzo dei dischi. Che, a quel punto, non si sa se verranno ancora acquistati dalle nuove generazioni, cresciute con la musica de-materializzata ma le uniche (tolte le nicchie di affezionati) che, riscoprendo il piacere del possesso di un oggetto fisico, hanno influito sui grandi numeri delle vendite.