L’anno che verrà sarà sempre peggio dei cent’anni prima.

centanni

La retorica del «si stava meglio quando si stava peggio» è tra le tossine più dannose per il continuum culturale di una società. E’ una specie di torcicollo intellettuale per cui non si guarda indietro con lo spirito critico, o di apprezzamento, o di esaltazione per un passato più o meno glorioso nel campo della letteratura, delle arti visive, della musica, ma solo per prendere quel passato a piene mani e metterlo sul piatto della bilancia del confronto con il presente. Il quale presente — guarda caso — ne esce quasi sempre con le ossa rotte.

Né più né meno di quanto fatto questa mattina da Ranieri Polese su La Lettura, il pregevole inserto domenicale del Corriere della Sera [29.12.2013 p.5]. Titolo dell’articolo: «Avanguardie addio, il Web è piatto», e basterebbe già per fargliene una colpa se non fosse che il titolista e l’articolista sono due persone differenti. Svolgimento tutto sul paragone. Con quanto avveniva un secolo fa: il primo volume de Le Recherche di Proust, La sagra della primavera di Stravinskij, Picasso cubista a Parigi, ecc.

Oggi invece cosa c’è? L’appiattimento, l’avanguardia non esiste perché non c’è più una tradizione contro il quale opporsi e sicuramente di quel tizio inglese che mise lo squalo sotto formaldeide tra cent’anni non si ricorderà più nessuno. Ciò non rappresenta un giudizio critico su Hirst (citati anche Franzen e Rushdie, campo letteratura). Piuttosto una delegittimazione sui generis, buona per titillare le papille gustative dei più nostalgici tra i lettori de La Lettura (e dovranno essere quindi molti).

Tutto questo, si badi bene, con l’avvertenza che

paragonare opere di ieri a quelle di oggi non si può perché sono assolutamente disomogenee.

Potremmo stare qui ore a discutere del significato di «disomogeneo». Fortunatamente è Polese stesso a giungerci in aiuto sul finire del suo articolo:

Tutto si può scaricare. Questo comporta dei rischi: la crisi (la morte?) del libro, del cinema, della musica nelle loro forme tradizionali.

Dunque la disomogeneità sta nel mezzo, non in quella che Polese, travisandola, chiama «forma». Il discorso è vecchio e la sua efficacia è stata ampiamente dimostrata: non esiste. Nessuna delle cassandre che avevano messo in forse il futuro di un’arte, al momento in cui era cambiato il mezzo, ha avuto ragione. A meno, quando per forma non intendesse il mezzo, non abbia proceduto nel suo ragionamento con la logica di cui si diceva all’inizio: guardando indietro e paragonando il presente al passato.

La musica non è in crisi perché ora viene scaricata, né perché i suoi modelli sono «ripetitivi» rispetto a quelli del Pop-Rock anni ’60 (sempre Polese: evidentemente cade nel vizio di considerare migliore tutto ciò che risale ai suoi tempi, tanto più tutto ciò che conosce poco e male).
La musica (e, certo, il cinema, la letteratura) se è in crisi — e lo è quanto meno dal punto di vista economico — non è di certo per la normalizzazione e la democratizzazione culturale che il Web ha portato. Ma perché manca l’opera di selezione, di critica, manca quella curiosità che dovrebbe smuovere i Polese della situazione (e gli inserti culturali che li pubblicano) dal torpore che fa loro preferire parlare sempre dei soliti, o sempre bene del passato ai danni del presente (il futuro, sebbene questi attacchi spesso stiano tra gli specialini sull’anno che verrà, non è quasi mai pervenuto).

Ginger: 100% crowdfunding

(pubblicato su Enquire)

Ci sono due vie che la discografia può percorrere nel suo rapporto con le nuove tecnologie, e con la Rete in particolare.

La prima, che finora abbiamo visto non portare a grandi risultati, è quella di farle la guerra.

La seconda, più costruttiva e quindi più impegnativa da seguire, è quella di sfruttarla a proprio favore. Certo, fare la guerra è molto più facile: ci si scaglia contro l’obiettivo della pirateria informatica su larga scala che uccide la musica (ricordate i Metallica contro Napster?), senza però comprendere che tornare a prima del cambiamento non sarà più possibile; e così la discografia vecchio stile continua a navigare a vista con la speranza, un giorno, di poter rivivere i fasti antichi. Continue reading →

Il fatto fin troppo evidente è che Warhol, con i suoi 15 minuti di celebrità, aveva sbagliato tutto.

C’è questa nuova tendenza, sui social network, a ritenersi degli opinion leader. Non appena se ne conoscono un paio di quelli giusti (di personaggi, mica di veri opinion leader) nel mondo reale, subito ci si accredita come tali in quello virtuale. Con risultati il più delle volte che vanno dal goffo al ridicolo. Ci provano, questi personaggi, ad intervenire a gamba tesa nelle discussioni che contano, oppure a retwittare il tweet di cui tutti parlano, a mandare messaggi privati o fare menzioni pubbliche a metà strtada tra la lode sperticata e la svergognata leccata di culo.

Il più delle volte questi sedicenti opinion leader battono sempre sullo stesso chiodo. Trovato un argomento, e un’argomentazione a sostegno (non voglio discutere della validità o meno), conducono la loro personale battaglia. Anzi, una vera e propria crociata, con in più lo stupore per come il mondo là fuori non si sia accorto di una soluzione così semplice all’annosa questione — perché loro propongono sempre soluzioni semplici, tanto semplici che infatti la maggior parte delle volte si perdono sulla statale paradossale-stupido (segnaliamo maggiore tendenza in direzione stupido).

Non vorrei infierire con i nomi e i cognomi, per carità. Chiunque abbia frequentato la blogosfera in passato, e frequenti il conseguente trasferimento di blog e blogger su Facebook e Twitter, conosce benissimo i soggetti in questione, tanto che a volte il dubbio che in un certo qual modo degli opinion leader lo siano diventati realmente non vi nascondo che mi prende. Oggi, per esempio, leggevo su Facebook un tale che diceva di averne la scatole piene di Facebook. Il sottinteso è lo stesso da analisi socio-tecnologica nelle pagine culturali di Repubblica o del Corriere della Sera o della Stampa: Twitter, dovete stare su Twitter, ché abbiamo letto da qualche parte che quello è il futuro mentre noi italiani stiamo ancora in massa sul superficiale Facebook. Solo che nel farlo aggiungeva: se anche voi siete d’accordo, fate like. Beh, siamo ad una dozzina di like e di commenti-discussione a riguardo. Un discreto successo. Ovviamente al danno si è aggiunta la beffa: nei commenti è arrivato l’altro tale, quello che faceva notare l’incongruenza dell’azione. Il nemico del wannabe opinion leader.