L’artista come imprenditore creativo.

(foto: Javier Jaén per "l'Atlantic)
(foto: Javier Jaén per l’Atlantic)

Il ruolo dell’artista è cambiato nel corso degli anni, adeguandosi di volta in volta a quelli che erano i cambiamenti — più ampi — in atto nella società. Questo è quello che spiega, in un lungo saggio pubblicato sull’Atlantic, il critico letterario William Deresiewicz.
Lo svolgimento prevede la spiegazione di una tripartizione del ruolo dell’artista: artigiano, genio e produttore. L’aspetto artigianale e manifatturiero dell’artista è il punto di partenza:

Prima di pensare agli artisti come a dei geni, li abbiamo considerati degli artigiani. I due termini, non a caso, sono virtualmente identici. La stessa parola «arte» ha le sue radici nei significati di «unire» e «assemblare» — cioè, «fare» o «creare», in un senso che sopravvive ancora in espressioni come «l’arte di cucinare» e in termini come «ingegnoso» [«artful», nell’articolo originale – ndt], nel senso di «abile» nei lavori manuali [«crafty», nell’articolo originale – ndt]. Possiamo pensare a Bach come a un genio, anche se lui si riteneva più un artigiano, un creatore. Shakespeare non era un artista, bensì un poeta, una denotazione che ha radici in un’altra parola che sta per «fare». Era anche un «drammaturgo», un termine su cui val la pensa soffermarsi. Un drammaturgo non è qualcuno che scrive soggetti; è qualcuno che li fabbrica, come un fabbricatore di ruote o un carpentiere navale.

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