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Adorare Gianroberto.

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Avrebbe dovuto fare molto scalpore l’intervista di Bruce Sterling a Gianroberto Casaleggio pubblicata in esclusiva da Wired italia nel numero di agosto.

Ho scritto avrebbe dovuto per un paio di motivi, anzi tre.

Il primo: è stata anticipata il 18 luglio e puntualmente ripresa da tutti gli organi di informazione italiani, online e non; dopo, (quasi) il nulla. Il secondo: è uscita finalmente nelle edicole e negli iPad, ma mi sembra che ancora (quasi) il nulla. Il terzo, più importante: avrebbe dovuto fornire delle informazioni maggiori circa lo sviluppo del software Parlamento Elettronico, con il quale la Casaleggio Associati vorrebbe fare un business e i grillini vorrebbero rifare l’Italia. Software che era stato presentato in anteprima proprio da Wired nel precedente numero di luglio.
Questa cosa dell’approfondimento di Parlamento Elettronico, tra l’altro, non me la sto inventando io. Lo aveva scritto su Twitter lo stesso neo direttore di Wired Italia Massimo Russo, in risposta ad una mia osservazione:

Inutile dire che di Parlamento Elettronico, nell’intervista di Bruce Sterling, c’è poco o nulla:

“meglio se open source, ma non è detto che lo sia.”

Archiviata in frettissima la pratica Parlamento Elettronico, il resto del pezzo di copertina di questo numero di agosto (che dovrebbe essere lettissimo sotto l’ombrellone) è a suo modo un esercizio di stile: adorante. Di un’adorazione a là Emilio Fede, per intenderci. Solo che con Fede la cosa è più raffinata — e, se mi è concesso, anche un pelino più seria per quanto possa sembrare assurdo: Emilio Fede sai da che parte sta, per cui prima di ascoltarne una sola frase o leggerne una sola riga, hai fatto la tara a quello che sentirai o leggerai. Wired no. Non sai da che parte sta, se non in una generica parte dell’innovazione e bla bla bla.

L’impressione che mi sono fatto è che nel tentativo di dare un po’ di viagra alle rotative di Wired, si sia passati dal fare il colpo grosso, lo scoopone, all’ottenere una via di mezzo tra un’intervista completamente fuori fuoco e una specie di agiografia (eufemismo). C’era da togliere la patina pop che Carlo Antonelli aveva dato al magazine e ributtarla subito sul pesante; d’altronde il senso dell’umorismo nello smanettone non è che manchi ma è piuttosto tutto particolare, e il concetto che la leggerezza e l’intelligenza vanno di pari passo è duro da trasmettere.
Non vorrei divagare eccessivamente, ma mi sembra che la voglia di visibilità pazzesca del marchio Wired abbia portato anche a pestare qualche granchio di troppo, vedi la polemica innescata con Riccardo Luna (fondatore ed ex direttore di Wired Italia, per dare un po’ la dimensione del pessimo gusto polemico) su chi dei due abbia la preferenziale nella discussione sul wi-fi in Italia. Tra l’altro, rispetto al mancato scoop con Casaleggio, forse la polemica ha portato qualche risultato migliore.

Buon divertimento:

Gianroberto Casaleggio è facile da capire.

E’ praticamente trasparente. Con Casaleggio quello che vedi, compri.

Si presenta come un gentiluomo sobrio e di età matura, con l’aspetto del secchione, un professionista delle relazioni pubbliche in giacca e cravatta. E’ calmo, ben organizzato, riflessivo e cauto.

E’ fortunato ad avere capelli così folti. Quel taglio gli dona. E’ diventato il suo marchio caratteristico.

Ho cominciato a chiedere a Casaleggio del suo hardware. Usa l’iPhone, l’iPad, un Kindle per i parecchi libri che legge, e nel suo ufficio ha diversi Pc. E poi Casaleggio ha rivoltato la domanda in una malinconica descrizione della sua vita idilliaca in campagna: ha una casa in collina, e ha paragonato la sua vita familiare nei boschi a quella di Henry David Thoreau, come il filosofo trascendentalista americano la descrisse nel suo classico letterario ‘Walden ovvero Vita nei boschi’.

Casaleggio possiede i suoi computer ma preferirebbe parlare del piacere e della libertà di non possederne.

Lo annoiano o addirittura lo disgustano le cose che i consumatori medi apprezzano o ammirano. E’ vegetariano. Gli pare una stupida perdita di tempo mettersi lì a collezionare orologi d’oro o robe del genere.

Il denaro suscita in Casaleggio un vivo disprezzo.

Come spesso accade, le persone disinteressate al potere e alla ricchezza invece tengono a essere famose. Casaleggio no. E’ piuttosto evidente che per lui la notorietà è un altro fardello, un’altra perdita di tempo che interferisce con una vita saggia. Detesta così cordialmente l’attenzione dei media che mi veniva voglia di chiedergli scusa per l’intervista. E’ stato gentile da parte sua tollerare con pazienza la necessaria confusione di bloc-notes, registratori, traduttori, fotografi e così via.

Gianroberto Casaleggio ha tutti i motivi, e motivi interessanti, per essere infastidito dalla televisione. Ma nel suo modo frugale e cauto si è accontentato di dire che la televisione italiana è: a) oberata di debiti; b) storicamente condannata; c) basata su un obsoleto modello di media ‘one to many’; d) impegnata nel vano inseguimento dell’audience di prima serata, ormai perduta; e) così passiva che anche suo figlio di 7 anni preferisce di gran lunga un iPad.

Dato che Casaleggio è così serenamente indifferente alle necessità che governano il resto dell’umanità — fama, potere e denaro — viene spontaneo chiedersi che cosa gli piaccia.

Casaleggio è uno stratega della rete.

E’ molto interessato e capace.

A quanto pare ha letto qualunque libro sia mai stato scritto nella Silicon Valley a proposito della strategia internet.

Casaleggio è brillante tanto quanto lo sono questi americani.

Nessun esperto di rete americano è mai arrivato a tanto. E dunque è certamente giusto presentare Casaleggio come un maestro italico tra i guru mondiali di internet.

Nessun collega americano conosce neanche lontanamente la storia come la conosce lui. Casaleggio la conosce nello stile di Umberto Eco, con dettagli barocchi, come gli armamenti dell’esercito di Sparta e le persecuzioni e le cacce alle streghe del Catari nel Piemonte tardo medioevale.

Sono quasi certo che sia l’unico guru della rete a possedere e ad aver letto questo libro [la Carta del Carnaro di Alceste de Ambris e Gabriele D’Annunzio, ndr].

Nessuno al mondo è riuscito a fare con tanta efficacia e su scala così vasta quello che lui ha fatto in Italia.

Capisco che Casaleggio come uomo possa sembrare un po’ difficile da decifrare agli occhi della gente. Le persone molto attive nella vita pubblica di solito sono parecchio interessate al potere, o al denaro o alla fama [sembra che Sterling sia ossessionato, forse più di Casaleggio, da queste tre cose, ndr]. Lui non lo è, e uomini del genere sono rari.

Pop, ancora più pop (e meno male)

Un post sul blog di Massimo Mantellini mi offre l’occasione per dire una cosetta. Scrive Mantellini che col numero di dicembre gli pare conclusa la “mutazione [di Wired] da mensile di tecnologia e innovazione a rivista pop in senso lato”. Il riferimento è chiaramente al cambio di direzione avvenuto la scorsa estate, quando da Rolling Stone è arrivato Carlo Antonelli per prendere il posto di Riccardo Luna. Lasciamo perdere che Mantellini sia amico di Luna e abbia partecipato anche a quelle famose “colazioni da Wired” durante le quali vari esperti di tecnologia italiana suggerivano al direttore idee su come sarebbe dovuta essere l’edizione italiana del giornale fondato da Louis Rossetto. Lasciamo perdere perché l’amicizia o la collaborazione a vario titolo non sono certo né un peccato né tantomeno una colpa; è giusto però che siano conosciute quando si riporta una critica alla nuova gestione di un progetto che fino a qualche mese fa era in mano ad un amico. Insomma, non è per polemica, semmai per completezza d’informazione. [edit: Massimo Mantellini mi fa educatamente notare nei commenti di non aver mai collaborato a Wired, cosa che non ho mai scritto: mi riferivo agli incontri pre-uscita, ma non ha importanza.]

Mantellini ha in parte ragione. E la parte mancante si riferisce al fatto che una rivista pop — non so se “in senso lato” — Wired lo era già sotto la direzione di Riccardo Luna. Perché, al di là di articoli di “tecnologia e innovazione” tagliati per le masse, le recensioni dei gadget tecnologici, il nome di certi titolari di rubrica, la zona dei test o “l’esperto risponde” (spesso a questioni da analfabetismo tecnologico) erano assolutamente pop, nel senso di riservate ad un pubblico popular. Non è che la presenza di un tecno-guru le facessero diventare una cosa da territorio ultra-nerd (già di per sé un campo molto popular). O forse l’allora direttore pensava che Linus o Victoria Cabello, personaggi che nel loro campo godono di un rispetto meritatissimo, potessero attirare l’interesse dell’élite della tecnologia, dei fanatici di Negroponte, di quelli che Wired lo leggevano già in edizione americana? Suvvia.

Con Carlo Antonelli Wired è rimasto pop, anche se la mutazione (Mantellini ha ragione quando parla di “mutazione) è verso altri lidi, anch’essi pop ma diversi da quelli di Luna e anche da quelli su cui Mantellini pare fare dell’ironia. Carlo Antonelli dà l’impressione (l’impressione!) di essere un homo anti-tecnologicus, almeno rispetto a Luna: niente Facebook, niente Twitter, niente Tumblr, niente blog, niente rubriche su giornali online. L’impressione viene confermata, oltre che dalla sua nota passione per la carta stampata, anche da certe sue dichiarazioni del tipo: il mio compito è occuparmi del giornale, non essere un guru dell’innovazione. Carlo Antonelli ha la caratura intellettuale di un gigante; è innegabile e va detto con onestà, e a mia difesa (sarebbe a dire: non a sua difesa!) c’è un precedente (l’autore della lettera a Ferrara era il sottoscritto).

Il fatto contestabile, a mio avviso, non è che Antonelli stia affossando Wired, anche perché è stato chiamato proprio per l’obiettivo opposto, e in Conde Nast non sono gli ultimi degli sprovveduti visto che sanno come fare e far vendere i giornali. Il fatto contestabile dal punto di vista di un appassionato medio-alto di tecnologie è che Antonelli non sta facendo un giornale per quel target. Ed è verissimo. Lo stesso Rolling Stone che ha diretto fino a pochi mesi fa era un Rolling Stone anomalo; soltanto che, essendo RS la testata per eccellenza del giornalismo gonzo, nessuno se ne accorgeva o, meglio, si lasciava correre tutto perché lì stava il divertimento. A Wired, che dovrebbe sparigliare ma ha uno zoccolo di lettori molto conservatore, tutto ciò si nota molto di più.

Direi — ma potrei benissimo sbagliarmi — che il mondo di Wired appartiene poco a Carlo Antonelli. Che vedrei benissimo invece a dirigere la versione italiana di, chessò!, Dazed and Confused, o una roba meno a là Foreign Affairs di Monocle, con la parte di business sostituita da più arte, più moda, più cultura in senso lato (era forse questo il “senso lato” che mi sono perso?). Nel frattempo, dopo aver buttato via praticamente intonso il primo anno della gestione Luna al quale ero abbonato, ho ripreso ad acquistare Wired e a leggerlo con un certo gusto. Se ci sarà più Antonelli, ben venga, tanto a me dell’integrità del marchio Wired interessa proprio poco.