Voci assennate.

Nel lungo dibattito che si è sviluppato intorno ai nuovi modi di fruire musica — che da queste parti sono stati parecchio analizzati — finalmente inizia a levarsi qualche voce assennata. Sto parlando della violoncellista Zoe Keating che, intervenendo ad una tavola rotonda organizzata dalla Virgin la scorsa sera a Londra, ha messo in chiaro un paio di cose. Cioè che per musicisti come lei è impensabile non prendere in considerazione l’uso delle nuove tecnologie applicate alla distribuzione musicale (dunque Spotify e tutti gli altri servizi sotto attacco dei grandi nomi come Thom Yorke e David Byrne). A patto però che questi servizi non si basino più su modelli economici come quelli del passato, frutto di negoziazioni con le sole case discografiche. Quello che chiede Zoe Keating, in sostanza, è che gli artisti siano inclusi in queste nuove meccaniche:

An artist like me couldn’t exist without technology: I can just record music in my basement and release it on the internet. And it’s levelled the playing field: an obscure artist like myself who makes instrumental cello music can just get it all out there. But this is not just an excuse for services to replicate the payment landscapes of the past. It’s not an excuse to take advantage of those without power. Corporations do have a responsibility not just to their shareholders but to the world at large, and to artists.