Sound art.

Due recenti rassegne artistiche hanno catturato la mia attenzione per quanto concerne il rapporto tra il suono, il suo ascolto e l’arte. Si tratta di due rassegne completamente diverse, con finalità e obiettivi differenti (e nomi differenti dietro l’organizzazione), che possono però essere considerate le due faccie di una medesima medaglia per i modi in cui viene realizzata la loro fruizione.
La prima, intitolata “Soundworks”, è parte di un progetto più ampio organizzato dell’ICA (Institute of Contemporary Arts) di Londra in concomitanza con l’installazione audio di Bruce Nauman “Days” (ICA, Londra, fino al 19 settembre), e vuole presentare uno sguardo il più possibile ampio su quella zona d’intersezione tra il suono e l’arte, dove l’audio è dunque visto come mezzo artistico. La seconda, più piccola e che a differenza di “Soundworks” non vede un parterre de roi di istituzioni a sostegno, è chiamata “The Anonymous Zone” ed è stata ideata da Simon Reynell come progetto web della sua etichetta discografica Another Timbre.

Se le differenze tra i due progetti sul piano musicale possono essere meno evidenti (molti degli artisti selezionati per “Soundworks” potrebbero far tranquillamente parte del catalogo della Another Timbre), è — come dicevamo — sul metodo di fruizione/presentazione dei lavori che val la pena spendere qualche parola.

“Soundworks”, innanzitutto, è un progetto che ha come caratteristica quella di creare uno spazio espositivo che sia anche virtuale (in aggiunta a quello canonico): raddoppiando la dimensione (fisica, virtuale) l’utente trova i medesimi lavori, creati avendo proprio “Days” di Nauman come spunto iniziale, sia nello spazio espositivo dell’ICA, sia sul sito web dedicato. Molte le musiche appartenenti al vasto campo della sound art qui presenti, realizzate da artisti selezionati da un comitato di istituzioni artistiche e non (si va dalla BMW alla società degli autori/editori britannica, passando per il glossy Wallpaper*), il cui metodo di fruizione è sovvertito rispetto a quello classico: si procede prima selezionando l’artista che ci interessa ascoltare, e dopo facendo l’esperienza dell’ascolto. Interessante, a proposito, quanto scrive la scrittrice e critica Daniela Cascella sulle colonne di Wire (342, August 2012, p.68 — traduzione mia):

Ordinato per titolo e artista, il menù del sito non offre la possibilità di un incontro diretto con il suono; come se, in una galleria, non si possa osservare un’opera senza prima leggere la sua didascalia.

Per questo sopra parlavo di ordine sovvertito: prima la descrizione, poi l’opera. Il che, però, in un contesto dove il suono è protagonista, porta il visitatore (fisico, virtuale) ad una prima scelta basata necessariamente sul nome del musicista o sul titolo dell’opera e non, come sarebbe più corretto, sul suono stesso.

Diametralmente opposto l’impatto di “Anonymous Zone”: qui, come si evince facilmente dal nome, vengono presentati dei file audio anonimi, senza che il loro autore/esecutore sia svelato prima di una certa data (in questa prima edizione, Gennaio 2013). Come si legge sul sito dell’Another Timbre, l’esperimento — che si svolge nell’ambito di musiche non convenzionali, sperimentali, di avanguardia — vuole essere un tentativo di mettere a freno un’abitudine che Reynell ha notato tra gli ascoltatori di questo tipo di musiche (traduzione mia):

L’improvvisazione e la musica contemporanea sono piene di fenomeni da “star system” come ogni altra forma di musica e inevitabilmente, nonostante le nostre miglori intenzioni, la reazione all’ascolto di queste musiche è parzialmente viziata dal sapere chi le ha composte o le sta eseguendo. In questo modo diamo più attenzione a opere composte/eseguite dai nostri musicisti preferiti mentre siamo meno inclini ad ascoltare la musica di chi non conosciamo o che pensiamo già a priori non ci possa piacere.

Se da un lato “Soundworks” si pone, spesso in modo interessante per le musiche coinvolte e per il concept di fondo, come un’esibizione innovativa sotto l’aspetto del luogo di fruizione (vi è una scelta multipla per quanto riguarda il “dove” — da casa, in luogo — pur non essendo certamente il primo tentativo in questo senso) ma con un modo di fruire viziato proprio dalla natura (virtuale, soprattutto) dell’esibizione, “Anonymous Zone” ha un obiettivo, se vogliamo, più alto: mettere da parte i nostri pregiudizi musicali, ponendo proprio il suono (e nient’altro) al centro dell’esperienza.

Il discorso fatto, ovviamente, non è valido solo per il tipo di musica che viene presentata, ma acquista ancor più valore proprio in virtù di esso: mentre infatti si ritiene il pubblico (e i protagonisti attivi) della musica sperimentale/colta meno incline a fenomeni di superficialità e pregiudizio, viene invece indivduato proprio in questi il cardine da far saltare.

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