l’inutile retorica del “con i nostri soldi”.

Ogni volta che la politica offre di sé uno spettacolino triste, i commentatori sono tutti concordi nel sottolineare un aspetto: succede quello che succede “con i soldi nostri”. E così si scopre che il capogruppo Pdl alla Regione Lazio si è comprato un Suv “con i soldi nostri”. O che un altro consigliere, sempre Pdl, ha fatto una festa post-elettorale più simile ad un baccanale che ad un festeggiamento, “con i soldi nostri”. O che vengono spesi (trasversalmente) soldi in viaggi, cene e chi più ne ha più ne metta “con i soldi nostri”.

A parte che tra il sensazionalismo della notizia e la verità non sempre c’è una precisa corrispondenza. Se i giornali li si leggessero anche, anziché mettere solo le loro foto su Instagram con commentino indignato, si scoprirebbe ad esempio che il consigliere De Romanis, quello del baccanale, dice di aver pagato tutto di tasca sua, non con i soldi nostri. Non vuole suonare come una difesa d’ufficio, però a dire il contrario si mette sempre la propria parola contro quella di un’altra persona: non esattamente il metodo più corretto per giudicare le azioni. Poi, certo, rimane l’aspetto estetico, di costume, che prescinde da chi ha messo i soldi per cosa, ma che non costituisce corpo di alcun reato: ne ha scritto un articolo al vetriolo, questa mattina, Guia Soncini sull’Unità, e senza che vi si leggesse alcuna sentenza.

Detto questo, i soldi nostri. A me non piace tutta questa retorica del “con i soldi nostri”. Perché dà modo d’intendere una cosa profondamente sbagliata. E cioè che, ad esempio, se Fiorito non avesse comprato un X5, quella parte di soldi sarebbe ancora nostra e ce la ritroveremmo nel nostro portafogli. Capite che le cose non stanno affatto così, nonostante il sottinteso — più sottile nei commenti sui giornali, meno in quelli degli improvvisati opinion maker su Twitter — rimanga quello.

Quei soldi, invece, noi non li abbiamo più. In partenza erano nostri ma, per i meccanismi che regolano il funzionamento della politica, non sono più a nostra disposizione. Si dirà: possono essere però impiegati meglio. Il che è sacrosanto, e dà modo di spiegare la stortura. Devono essere impiegati meglio, ma per raggiungere questo obiettivo devono essere cambiati i meccanismi che regolano la politica. Se, faccio un esempio, il regolamento di un consiglio regionale prevede che per un assessore ci sia la possibilità di avere 15 assistenti, l’assessore è nel giusto fino a quando assume il quindicesimo. Anche se non gli serve, e anche se a saperlo girano i cosiddetti. Però, poi, non si può innescare il giochetto per cui quell’assessore ruba solo perché si è dotato di un numero di assistenti esagerato: il regolamento lo permette, e lui avrà sempre gioco facile nel trincerarsi dietro questo.

Da qui ne consegue che anche tutta la retorica sui tagli non serve a nulla, né per chi la chiede (spesso inutilmente), né per chi la mette in pratica (sempre tardi, quando ormai i buoi sono fuggiti dal recinto). L’unico modo per risolvere il problema alla base non è l’antipolitica. Ma la politica, che prende e riforma i regolamenti. Li cambia. Elimina gli sprechi togliendoli dalle regole del gioco. Altrimenti fatto un taglio superificiale, e calata la tensione, si ritorna al baccanale, alle ostriche e allo champagne, e qualcuno dirà: “con i soldi nostri”. E saremo punto e a capo.

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