Stampare un edificio in 3-D

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Progettare un edificio e stamparlo in 3-D. Quella che sembra essere non tanto un’utopia quanto una proiezione da un futuro non si capisce nemmeno quanto remoto, rischia invece di essere molto più vicina alla realtà di quanto si possa immaginare.

Alla base di tutto c’è un ingegnere italiano, Enrico Dini. La cui stampante D-Shape sarà infatti usata per “costruire” un edificio vero. Non un oggetto, nemmeno una stanza (che sarebbe già un bel traquardo): no, una struttura vera e propria, di quelle che di solito si fanno partendo dalle fondamenta e utilizzando abbondanti dosi di cemento armato. E’ la prima volta che questo succede, e di colpo ciò che ancora non è vista come un’invenzione “di massa” sposta l’asticella avanti di parecchie tacche.

L’idea è venuta allo studio olandese Universe Architecture, dell’architetto Janjaap Ruijssenaars. L’edificio, il cui nome è Landscape House, non sarà un semplice palazzo, bensì una struttura con la forma dell’anello di Moebius, quindi in perfetta “continuità”: una piccola parte sarà posta sottoterra, mentre l’altra dà l’idea di “emergere” dalla superficie. Il claim del progetto è in linea con l’idea: “Può la costruzione essere natura? Quando il dentro e il fuori si fondono, non c’è inizio e non c’è fine” — siamo a metà strada tra la fantascienza e il marketing ad effetto.

Il materiale utilizzato sarà quello tipico delle stampanti 3-d: una speciale sabbia trattata con vari agenti chimici. Solo successivamente alla “stampa” dei pezzi che andranno a comporre il tutto (parlare di costruzione, infatti, non ha più molto senso) questi saranno trattati con del cemento per garantire maggiore solidità.

Oliver Wainwright, critico d’architettura del Guardian, si chiede quanto questo tipo di visioni possano essere interessanti. Il discorso, infatti, non riguarda tanto il fatto — garantisce Dini — che in questo modo “non ci saranno più muratori a limitare le visioni degli architetti” (il che potrebbe comunque aprire un discorso su come e quanto certe visioni  è positivo siano modellate dallo scontro con i limiti della realtà), piuttosto si concentra sulla facilità con cui l’operazione viene presentata. L’ingegnere italiano afferma infatti che, d’ora in avanti, basterà “premere play sul computer”:

But the question remains: is speeding up the process from concept design to built reality an entirely welcome change? In a world where scaleless computer-generated forms can be summoned so quickly from the inky black depths of the screen, free from context, what might “simply pressing ‘enter'” lead to?

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