L’obbligo di fare le cose per bene

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Il primo di Febbraio la scheggia (The Shard) di Renzo Piano, attualmente l’edificio più alto non solo di Londra ma di tutta l’Europa, aprirà al pubblico. Il Guardian ne approfitta per scambiare due chiacchiere con l’architetto genovese sul senso del progetto, dell’apertura pubblica di questo tipo di edifici e sul rischio che si corre quando si decide di sfidare l’altezza:

If you ask me if London should be full of towers, the answer would be: not necessarily. I’m not in favour and not against. But if you make a bad building that is low you don’t see it too much. If you make a bad building tall you see it a lot. So there is an obligation to be good.

Propagande elettorali.

Bersani_Manifesto

Propaganda elettorale n. 1. Giravo oggi pomeriggio per Milano. Nei sotterranei della metropolitana è tutto un tappezzare dei manifesti elettorali del Partito Democratico. Sui quali troneggia il faccione rassicurante di PierLuigi Bersani che si tocca il mento e la scritta: “L’Italia giusta”. Ora, non è che qui si voglia scrivere “W la rogna” e si sputi in faccia a chi si presenta con la faccia pulita. Però poi non si dia sempre e solo la colpa al solito Cavaliere se lo scontro si sta polarizzando come al solito tra i comunisti e i moderati (o gli evasori, a seconda di chi li indica). Non è il Cavaliere — non solo, almeno — a dire che chi non lo vota è un coglione, questa volta; sono loro, gli altri, quelli che ritengono di essere gli unici a stare dalla parte giusta dell’Italia e dare così per scontato che chiunque non stia con loro appartenga automaticamente alla parte sbagliata dell’Italia. E’ un vecchio vizio, quello di ritenersi i migliori. Anche se spesso il campo di eccellenza è quello del bacchettonismo, dell’ipocrisia un po’ pelosetta e del moralismo.

ambrosoli_manifesto

Propaganda elettorale n. 2. Giravo oggi pomeriggio per Milano. Nei sotterranei della metropolitana è tutto un tappezzare dei manifesti elettorali della lista dell’Avv. Ambrosoli, candidato del centrosinistra al Pirellone. Sui quali troneggia il suo faccione rassicurante, manco a dirlo con la mano che si tocca il mento. La posa è sempre quella. Il simbolo rappresentato contiene tre parole; se su due (lavoro ed Europa) c’è poco da dire, sulla prima ad apparire partendo dall’alto (ché anche l’ordine ha una sua importanza) si potrebbero fare due cose: stendere un velo pietoso o iniziare un trattato di snobismo. “Moralità”, quella è la parola. Ora, non è che qui si voglia scrivere “W la rogna” e si sputi in faccia a chi si presenta con la faccia pulita. E però non è nemmeno possibile che il primo che sia appena appena pulito inizi a menarla con la morale. Basta, non se ne può davvero più di gente che scambia il suo ombelico per il centro del mondo e — barbetta incolta, colletto inamidato e mano sul mento — vuole catechizzare, pardon: moralizzare, chiunque non la pensi come loro. Capisco che a sinistra la questione della moralità sia, da Berlinguer in poi, un fardello del quale è difficile liberarsi. Capisco anche l’aria di superiorità, i salotti buoni, la borghesia fantastica e le sciure milanesi, ma qui si rischia di morire se non proprio di mancanza di contenuti, di rottura di coglioni.

Poi dice Berlusconi.

E’ pur sempre qualcosa.

LinkedIn ha raggiunto i 200 milioni di utenti mondiali. Tra i paesi in cui è più utilizzato in assoluto l’Italia non c’è. Però siccome da noi c’è la disoccupazione e il più alto tasso di vendita di telefonini (così dicono, per entrambi i dati), siamo quinti nel suo utilizzo su piattaforma mobile, insieme a tutti gli altri paesi Bric.

Choose 2

Wallpaper

Le cose più semplici alla fine si rivelano le migliori, anche al netto di tutta la retorica che un’affermazione simile porta con sé. La cosa semplice che ho scoperto oggi, e che si adatta perfettamente a quelli che sono i nostri tempi, è quella ritratta nell’immagine qui sopra. E’ presa da Wallpaper* di Gennaio, pagina dell’editoriale del direttore Tony Chambers. Racconta di aver trovato questo biglietto piegato in un vecchio vestito e di essersi ricordato di quanto era stato l’art director Peter Saville (quello delle copertine della Facotry — sì, anche di quella di Unknown Pleasures dei Joy Division) a darglielo, dopo un pranzo di lavoro. Non so se l’immagine di questa piramide sia inedita, ma è tremendamente vera: ne puoi scegliere solo due.

Tutti i giorni molti di noi sono costretti a rapportarsi a questi concetti semplicissimi. Per noi, evidentemente un po’ meno per chi ci commissiona il lavoro. E’ un esercizio di logica che capirebbe anche un bambino di seconda elementare — giusto perché in prima gli si insegna a leggere.

Puoi sceglierne solo due. E nel caso siano i due più gettonati, sappi che c’è da pagare.

Dello scollamento tra la politica e la grafica.

Tralasciando i simboli dei partiti da più tempo presenti sulla scena, sui quali si potrebbe comunque aprire un’ampia discussione sull’idea che il mondo politico abbia di “brand” (in questo l’eccezionalità positiva sta, inutile girarci intorno, in Silvio Berlusconi), guardiamo i due simboli presentati più di recente: quello della “Scelta Civica” di Mario Monti e quello del movimento delle manette di Antonio Ingroia e i suoi secondini alleati (Di Pietro, De Magistris, più i cognomi sono composti e meno ci fidiamo…). L’impressione è che si voglia raggiungere il minimo sindacale di scopo con il minimo degli sforzi: da una parte Monti presenta un anonimo sfondo bianco, un tricolore accennato, e il suo cognome scritto a caratteri cubitali; non ha messaggi da trasmettere, vuole solo che gli italiani si ricordino il suo nome e, possibilmente, nient’altro che lo riconduca ai suoi alleati. Ingroia riesce a fare addirittura di meglio, cioè di peggio: in mancanza di segnali da trasmettere, si affida alla riproduzione stilizzata del Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo, uno dei dipinti più abusati in assoluto nel mondo politico (e, d’altronde, altre idee nel movimento arancione non se ne vedono).

La questione, per carità, non è delle più importanti. Ma un mio vecchio pallino — archivistico, oltre che estetico — mi porta a pensare al domani, quando nelle mostre che ogni tanto vengono allestite qua e là per l’Italia in celebrazione dell’iconografia politica italiana, troveremo certi obbrobri affianchiati a simboli che hanno rappresentato, per efficacia e per durata in termini temporali di presenza sulla scena, una parte della storia italiana. Se penso al monocolore celeste della scritta Monti, sgraziata e volgare nella sua grandezza, affiancata a fiamme, falci, martelli, rose nei pugni ed edere, non posso che pensare allo scollamento della politica da qualunque tipo di questione grafica ad essa associata. Che una photo-opportunity mentre si twitta valga più di un’intera iconografia, non lo voglio nemmeno pensare.

Lost in the city.

Sull’Atlantic c’è una lunga intervista a Michael Jones di Google, in cui si discute dell’evoluzione delle mappe e di come queste saranno sempre più parte integrante della nostra vita. E’ quel genere di cose che quando leggo, un po’ rimango sorpreso come un bambino e un po’ m’immagino la scena di me che passeggio, qualcosa mi trilla nella tasca e mi spavento a morte:

Then when you’re walking around, say in Washington, D.C., the phone will buzz and say, “You are 25 feet from an accurate map of 2,700 solar objects. If you go over there to the Einstein Memorial, you can see them.” Or you might be walking down the street and it will beep and say, “The rowhouse one block to the left is the No. 1–rated Greek restaurant within 500 miles,” or maybe: “Around the corner behind you is where a scene from your favorite movie was filmed.” It is using your location to search in a database of “interesting things,” and it learns what kinds of things you care about. It means having your life enlightened by travel knowledge, everywhere, or getting to walk around with local experts who know your tastes, wherever in the world you go.

Prove di forza.

Jeff Ryan ha letto 366 libri nel 2012 (qui l’elenco, per i più curiosi). Un paio di consigli:

I work full-time, try to be a good husband, and am always up for a good game of Pretty Pretty Princess. Mine isn’t a tougher schedule than that of other working parents, but it is tough. So the challenge was to see if a heavy-lifting year of reading could be done almost exclusively in the crumbs of found time in my life. The oil-change can wait, I don’t need those sick days or lunch hours. My test for this was my wife: I didn’t even tell her I was tackling a book a day until six weeks into the project. If she suspected I was slacking—dishes undone, litter box a ruin, laundry growing sentient—then I was failing my prime directive.

If you follow my path and read a book a day in 2013, you’ll find that you truly, truly will not be reading more than usual. Right now, you are probably reading a comparable amount to me—but you’re reading newspapers, Facebook and Twitter, and the work of the fine folks at Slate. I let that stuff go for a year in the interest of making my quota. (Maybe that’s why I liked essay collections so much; they’re like magazines in book format.) I always dreamed that in retirement I might be able to knock off a book a day: Turns out, I didn’t have to wait.