Una cosa sui Queen, a metà tra la critica e il ti voglio bene.

Martedì 5 febbraio, per la seconda volta, è stato proiettato in digitale in alcuni cinema di tutto il mondo “Hungarian Rhapsody – Live in Budapest” dei Queen. I miei amici del Cineteatro Don Bosco di Carugate mi hanno chiesto di scrivere un’introduzione per la serata. La ripubblico qui sotto.

Quando mi è stato chiesto di scrivere un’introduzione al film del concerto che viene proiettato questa sera e ho scoperto che si trattava di un concerto dei Queen, sono andato in panico pensando a quello che avrei potuto scrivere.
Parlare dei Queen mi crea una certa difficoltà. Sono stati il primo gruppo musicale che ho davvero amato in vita mia – e credo che questa cosa mi accomuni ad altri appassionati di musica – anche se poi, individuato un mio personale percorso di ascolti e di interessi musicali, li ho messi in secondo piano, arrivando addirittura a non ascoltarli più per molto tempo. Questo perché, di là di ciò che senza dubbio hanno rappresentato per il mondo della musica pop (inteso proprio come «popular», cioè in grado di raggiungere un numero incredibile di persone), li trovo persino – passatemi il termine – «banali» rispetto a tanta altra musica prodotta da loro contemporanei. Una volta scoperti il rock progressivo inglese, la scuola di Canterbury, i Roxy Music via via fino a generi maggiormente legati alle sottoculture come il punk, il dark o l’heavy metal (per rimanere nei soli ambiti popular e britannico), pensavo di aver trovato delle musiche che soddisfacessero maggiormente i miei gusti e le mie attitudini.
Per questo ho esordito dicendo di trovarmi in difficoltà a parlare di loro: ho dovuto ripercorre il tempo per ricordare ciò che me li aveva fatti amare così tanto, arrivando alla conclusione che, probabilmente, era stata proprio quella loro banalità ad avere un così forte effetto sui miei primi ascolti – banalità che è da racchiudere tra mille virgolette e da iscriversi all’insieme delle opinioni soggettive, nonostante sia oggettivo affermare che proprio in questa banalità sono racchiusi i segreti della musica pop.

 

Chiaramente i Queen non sono un gruppo banale, e basta un ascolto anche distratto alla loro discografia per rendersi immediatamente conto di quanta ricchezza sonora ci sia nella loro musica. Hanno pagato, e probabilmente continuano a pagare, lo scotto di non essere quasi mai citati tra le influenze musicali delle generazioni successive, comprese quelle attuali. Sembra che a livello socio-musicale i Queen siano un gruppo che «non si porta più» – per utilizzare un’espressione gergale –; che siano fuori moda, loro e i loro fan. Un’assurdità bella e buona, anche solo fermandoci all’aspetto musicale. Però è un’assurdità che sembra trovare conferme nel mondo musicale attuale. Se dovessi fare una critica al loro operato direi che parte della loro musica, e sicuramente la loro immagine più provocatoria dei primi anni, non hanno superato il test del tempo. Risultano ancorate troppo alla loro epoca e hanno perso appeal nelle generazioni successive. Danno l’impressione di essere il gruppo – così mi è stato raccontato da coloro ai quali ho chiesto conferma di queste mie impressioni – di cui ci si innamora a 12-13 anni, quando si inizia a scoprire la musica in modo volontario e autonomo, e che poi si abbandona col tempo, quasi dimenticandosene.
Anche la morte di Freddie Mercury non ha rappresentato, per le nuove generazioni, quell’elemento in grado di cristallizzarne il mito – cosa che è avvenuta con pressoché qualunque altro personaggio del mondo del pop-rock deceduto prematuramente. Forse la sua stessa malattia, l’aids, e il modo privato e pieno di pudore con cui Mercury l’ha vissuta fino alla fine dei suoi giorni, hanno contribuito a non rendere accattivante la sua immagine – e, per la proprietà transitiva, quella dei Queen – presso il pubblico musicale da lì a venire.
C’è però una cosa su cui credo si possa concordare e cioè il fatto che, pur nel mix musicale estremamente variegato che proponevano, i Queen non hanno mai fatto nulla per spostare in avanti i limiti del pop. Si sono limitati, piuttosto, a dare alle stampe uno –  intendiamoci: straordinario – Bignami del pop, che ci emoziona ancora oggi rileggere ma che, essendosi consumato tutto al tempo in cui uscì, non ha lasciato molto all’economia musicale moderna. Il loro concetto di sviluppo musicale lo potremmo definire orizzontale, cioè basato su una rilettura/rivistazione di ciò che esisteva in epoca precedente o contemporanea; quasi mai si è trattato invece di uno sviluppo di tipo verticale, tipico di chi utilizza il mezzo musicale per sperimentare e non per reinterpretare.

 

I Queen nascono dall’unione di tre persone musicalmente vivaci e, in buona parte, eterogenee. Al di là della presenza predonimante di Freddie Mercury, sia il batterista Roger Taylor che il chitarrista Brian May hanno apportato una forte personalità all’interno dell’impasto musicale del gruppo. Questi tre elementi hanno costituito per vent’anni la spina dorsale dei Queen, nonostante il bassista John Deacon, colui che erroneamente viene quasi sempre indicato come in disparte, abbia anch’egli firmato brani di immenso valore e successo – basti citare come esempi conosciuti pressoché da chiunque You’re My Best Friend (da “A Night at the Opera”, 1975), Spread Your Wings (da “News of the World”, 1977) e, successivamente, I Want To Break Free (da “The Works”, 1984).
Nel corso della loro più che ventennale carriera attiva (fermandoci quindi al novembre del 1991), i Queen hanno flirtato con molti generi musicali. Sono riusciti a incorporare nella loro musica elementi tipici del rock e, nei primi dieci anni della loro attività soprattutto, dell’hard rock. Allo stesso tempo, però, sono stati un gruppo dalla spiccata preferenza per la melodia pop e per quella che, in seguito, sarebbe stata individuata come «musica da arena» o «musica da stadio». Esempi lampanti appartenenti a queste due categorie sono rappresentate dal duo We Will Rock You/We Are The Champions (entrambe da “News Of The World”, 1977) e da Friends Will Be Friends (The Works, 1984), non a caso sempre eseguite nei finali di concerto per cementare maggiormente il rapporto con il loro pubblico, prima dell’immancabile rivisitazione (ad opera di Brian May) dell’inno britannico God Save The Queen, con tanto di Mercury in abiti regali e corona in testa.
I Queen hanno inoltre sempre avuto una spiccata attitudine alla provocazione, quanto meno visuale. Soprattutto in Freddie Mercury, da questo punto di vista sempre più leader carismatico e figura ambigua e dal look stravagante, in perfetta linea con quello che succedeva nell’Inghilterra musicale dell’epoca: Elton John e David Bowie soprattutto, per non citare altri nomi minori del cosiddetto «glam rock», erano tutti accomunati da un look provocatorio, da movenze androgine e da spettacoli live che incorporavano elementi teatrali. Tutto questo sarebbe stato col tempo assorbito, vuoi per il ruolo maggiormente istituzionale che questi interpreti si ritagliavano col passare degli anni, vuoi per la furia del punk che spazzò via questo modo di intendere la musica (e lo spettacolo musicale) trattandolo come vecchiume di cui liberarsi.
Questa trasversalità di elementi, come detto persa con lo scorrere degli anni, cessò del tutto negli anni ’80. La società era cambiata, e con essa anche la musica che faceva da colonna sonora. I Queen divennero un gruppo rock consolidato, un equivalente dei moderni Coldplay o Muse, pur riuscendo sempre a far sì che il loro pubblico fosse eterogeneo e mai iscrivibile in una delle tante sottoculture musicali dell’epoca.

 

A livello di tecnica e padronanza degli strumenti, parliamo di quattro musicisti al di sopra della media nel mondo del pop. Inutile aggiungere che, su tutto, si eleva il pianoforte di Mercury, in grado di dare varie colorazioni alla loro musica: da ballate pop-rock a pezzi in puro stile easy-listening o ragtime (Killer Queen e Bring Back That Leory Brown, entrambe da “Sheer Heart Attack”, 1974), fino alle influenze operistico-orchestrali che si materializzavano su (o addirittura innestavano in) strutture tipicamente rock (Bohemian Rhapsody dal già citato “A Night At The Opera”, ma anche Who Wants To Live Forever da “A Kind of Magic”, 1986 e inserita nella colonna sonora del film “Highlander – l’ultimo immortale”).
Rifacendomi un po’ al discorso iniziale circa il non aver mai realmente spostato in avanti i confini della musica pop, la stessa Bohemian Rhapsody – forse il brano che è passato come il più rappresentativo della loro produzione – non è di certo un’eccezione. Già in passato c’erano stati molti tentativi di far abbracciare il mondo del rock con quello della classica in senso ampio. Il brano ha però avuto un merito straordinario, più di marketing che musicale: l’aver condensato i due elementi (rock e opera) in una pillola di poco meno di 6 minuti – una durata comunque enorme per lo standard di un singolo a 45 giri – contro le lunghe, estenuanti suite risultato delle tradizionali contaminazioni tra il mondo rock e quello della classica. Soprattutto, Bohemian Rhapsody ha avuto il merito di aver dato una spinta notevole ai videoclip promozionali così come li conosciamo oggi: non più il semplice playback del gruppo che suona, ma un vero e proprio concept con effetti speciali e quant’altro; il tutto anni prima che nascesse mtv e con la sola trasmissione culto della bbc Top of The Pops a fungere da contenitore televisivo incaricato di diffonderlo.
La voglia di spiazzare durante l’ascolto è durata fondamentalmente per tutti gli anni ‘70, fino all’album “Jazz” del 1978. Anche lo studio di registrazione, complice l’apporto di un produttore di primo piano come Roy Thomas Baker, era utilizzato per creare l’estetica del gruppo, nonostante l’obiettivo fosse sempre quello di rendere il prodotto accattivante e mai “sperimentale”. Dagli anni ‘80 in poi questa voglia di spiazzare si è, al pari della voglia di provocare, un po’ persa. Se dischi coraggiosi (e, a mio avviso, da rivalutare) come “Hot Space” (1982) segnarono il tentativo di rinnovare la musica spostandola su un ibrido electro-black (Back Chat, la lasciva Body Language), le produzioni successive si assestarono su un pop-rock di maniera, costellato da successi commerciali innegabili (Radio Gaga e la già citata I Want to Break Free da “The Works”, A Kind of Magic dall’omonimo disco del 1986 o I Want It All e The Invisible Man da “The Miracle” del 1989) che però a livello artistico non competevano con le produzioni del decennio precedente. L’eccezione a questa tendenza in negativo fu rappresentata dal disco “Innuendo”, pubblicato nel febbraio del 1991 e dal valore musicale probabilmente superiore all’intera produzione degli anni ’80. L’album, trainato dal pathos e dalla ricchezza della title-track e di The Show Must Go On, conteneva anche la canzone con la quale Freddie Mercury avrebbe salutato i suoi fan: These Are The Days of Our Lives. Il singolo venne pubblicato nel maggio del 1991 e il videoclip tratto si chiudeva con un primo piano di Mercury che cantava, rivolto alla telecamera, «I still love you».

 

Dal vivo, come avremmo modo di vedere questa sera in questo straordinario filmato finalmente recuperato dopo anni, il gruppo era quella che si definisce una vera e propria «macchina da guerra». Sul palco, infatti, non si risparmiavano mai, soddisfacendo perfettamente quelle che erano le esigenze del loro pubblico e presentando anche uno spettacolo visivo notevole: la band era famosa, infatti, per gli enormi impianti luce che sovrastavano il palcoscenico. Soprattutto, i concerti dimostravano che i Queen erano molto più delle quattro persone che li componevano (sulle quali spiccava per carisma e capacità di trascinare le folle, inutile dirlo, Freddie Mercury); erano un gruppo compatto e unito, capace di produrre alcuni dei migliori live che la storia del rock ricordi.
Il concerto registrato a Budapest è, a suo modo, storico: basti pensare anche al tipo di evento sociale, oltre che musicale, rappresentava in quegli anni (siamo nel 1986, in piena guerra fredda) per un paese della cortina di ferro quale era ancora all’epoca l’Ungheria. Ricordiamoci, ad esempio, che i negozi di dischi ungheresi erano di proprietà e sotto il controllo dello stato e che i dischi dei Queen – come viene sottolineato anche nel documentario allegato a questo concerto – erano poco reperibili e quasi sempre d’importazione, quindi costosi.
La tournee da cui è tratto il live di questa sera è stata l’ultima effettuata dal gruppo e culminata col celebre concerto di Wembley dal quale sono stati estratti un disco e un video (e la cui scaletta è pressoché identica a quella di “Hungarian Rhapsody”, piuttosto sbilanciata sulla produzione di quella che, fino a quel momento, era la seconda parte della loro carriera).
Sebbene Mercury, cui l’anno successivo sarebbe stata diagnosticata l’aids, si mostrasse in grandissima forma dando mostra di tutto ciò per cui è giustamente ricordato (per tacere delle sue incredibili qualità vocali, dandole per scontate), i Queen dopo il disco “A Kind of Magic” non fecero più nessun concerto dal vivo proprio per i problemi di salute che nel frattempo avevano colpito il loro leader indiscusso, e si ritirarono alla sola attività da studio fino a quel fatidico novembre del 1991.

4 Replies to “Una cosa sui Queen, a metà tra la critica e il ti voglio bene.”

  1. mi permetto di aggiungere che nella produzione di John Deacon c’è la canzone che ha permesso ai Queen di avere successo in America, ovvero Another one bites the dust.

  2. Io, onestamente, continuo a non capire questi onnipresenti riferimenti all’opera quando si parla dei Queen.
    I Queen hanno pubblicato un album intitolato “A night at the Opera”, e Mercury duettò, verso la fine della sua carriera, con una famosa soprano. Ma poi basta, non c’è altro legame tra i Queen e l’opera.
    Quei frammenti spesso indicati come influenze operistiche sono in realtà inserti di Music Hall, che è un’altra cosa.
    Per la cronaca, io penso molto male dei Queen: secondo me sono un gruppo volgare e ruffiano, e tutte le loro abilità strumentali non bastano a compensare il loro essere cafoni.
    Naturalmente questo commento non è da leggersi come una critica, ho scoperto da poco questo blog e lo sto apprezzando tantissimo.
    Però il mito dei Queen che accolgono l’opera nella loro musica va sfatato.
    E in realtà vorrei anche capire come sia possibile dire che i Queen abbiano perso appeal quando sono la band con il seguito di estimatori più fanatico in assoluto!
    Un fan dei Queen ti guarda spiazzato se dici che non ti convincono, pensa sia uno scherzo se muovi loro una critica. E quando capiscono che non è uno scherzo in genere ti aggrediscono.
    Un tale livello di intolleranza non l’ ho registrato presso nessun’altra “tifoseria”.

    • Sul legame tra i Queen e l’opera si potrebbe scrivere un trattato. Non lo faccio perché pare che là fuori l’abbiano già fatto altri. Oltre ai legami da te citati c’era un uso operistico del palcoscenico da parte di Mercury che credo non si possa negare.

      Sui Queen: io sono passato dal pensarne bene al pensarne male al non pensarne più affatto. Hanno perso appeal tranne che sullo zoccolo duro, il quale si comporta esattamente nella maniera ottusa da te descritta. Ma è innegabile che — salvo mi stia perdendo qualche nuovo fenomeno — non abbiano più fascino e sulle nuove generazioni di musicisti e su quelle dei nuovi ascoltatori.

      Grazie per gli apprezzamenti.

      G

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