la città dell’uomo.

Oggi ho voluto comprare il numero di settembre di Domus perché con il nuovo direttore Nicola Di Battista si inaugura un nuovo corso per la più storica — e probabilmente importante — rivista d’architettura a livello internazionale. Quando si sfoglia Domus, non per forza come addetti ai lavori ma anche solo come semplici appassionati mossi da curiosità e interesse per il mondo dell’architettura, si ha l’impressione (giustificata) di trovarsi davanti ad un prodotto le cui molte qualità possono essere riassunte nell’aggettivo ‘prestigioso’. Da lettore curioso, ma piuttosto saltuario, dell’edizione cartacea, anche oggi ho confermato la stessa impressione. Ma una cosa mi è piaciuta più di tutte, ed era contenuta nell’editoriale del nuovo direttore (che poi tanto nuovo non è, avendo già diretto Domus negli anni ’90). E cioè, nel domandarsi il ruolo dell’architettura di oggi e nello spiegare il perché ha voluto mettere in copertina un payoff come “la città dell’uomo”:

Debbo anche dire, però, che qui intendiamo “la città dell’uomo” principalmente come contrapposizione a quella che oggi possiamo definire “la città dei clienti”, che sembra essere diventata l’unica città possibile, globalmente riconosciuta da nord a sud, dall’occidente all’oriente, dalle Americhe alle Asie, come imperativa e ineluttabile risposta all’esigenza edificatoria dei nostri tempi. Contro la città dei clienti, chiusa e settaria, vogliamo di nuovo lavorare alla città dell’uomo, aperta e ospitale: questo cambio di direzione darebbe di nuovo agli architetti la possibilità di proporre un ruolo alto del loro mestiere, rispetto ai grandi temi che la nostra contemporaneità ci impone, e soprattutto servirebbe a porre le basi per un nuovo Rinascimento, desideroso di utilizzare tutte le straordinarie innovazioni che oggi siamo in grado di produrre per progettare al meglio i luoghi, in maniera più adeguata possibile alle esigenze materiali e spirituali dell’uomo che questo tempo vive. Niente di più, ma anche niente di meno.

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