Arrivati al dunque.

Che sia un affezionato del Foglio è noto a chiunque, da queste parti. Cosa meno nota, forse, è che sono anche affezionato all’estemporaneità nei giornali quotidiani. Mi piace, cioè, quando un giornale pubblica articoli belli soprattutto da leggere; e soprattutto slegati da qualunque tipo di attualità. Articoli che parlano ai lettori e anche un po’ a chi li scrive, per non farci smentire l’accusa spesso mossa — seppur qualche volta a ragione — al mondo dei giornali, e a quello dei giornali d’opinione in particolare.

Se poi questi articoli sono seriali, meglio ancora. E il Foglio, il Foglio dei mesi estivi, negli anni ha abituato i suoi lettori a questo tipo di serialità. Quest’anno è toccato ai consigli del «dott. Amore» nella serie chiamata «Andiamo al dunque». Il dottore in questione è Camillo Langone. Non so chi gli abbia conferito il titolo in questione, sospetto abbia fatto tutto da sé. E non saprei nemmeno dire se ciò gli faccia un torto o una ragione: conosco il personaggio per ciò che scrive e per come lo scrive. E per quello che ho letto (nonché per come me l’ha fatto leggere) non ho motivo di dubitare troppo della buona fede.

Mi ha sollevato però sapere che la puntata ieri in edicola fosse l’ultima. L’intento della serie — consigli su come conquistare una donna su vari fronti: fiori, cucina, vestiario, musica ecc al fine di farla cedere all’amore fisico — è stato soffocato da una pretesa troppo alta, che Langone non è riuscito a soddisfare. Il suo consueto mix di tradizionalismo e modernità, classicismi culinari e fotografi dissacranti, smentita dei luoghi comuni sui fiori e citazionismo esagerato — solo ieri nel giro di tre frasi erano nominati Lindsay Lohan, Terry Richardson e Robert Mapplethorpe, messi lì un po’ alla rinfusa per dire al lettore che li si conosce, forse nel tentativo di rendere pop l’immagine un po’ troppo tradizional-conservatrice che gli scritti hanno col tempo creato, ma col risultato di far venire il mal di testa al malcapitato. Un altra volta erano Aimee Mann, gli Stone Roses, i Bauhaus e Chet Baker nello stesso pezzo. Un po’ troppo.

Non è la prima volta che Langone cade in questa trappola — cattolico tradizionalista e amico di Isabella Santacroce, senza per altro che ci sia nulla di male nell’una e nell’altra cosa —, che funziona bene sulla breve distanza. Nella sua preghiera quotidiana, ad esempio: oggi snocciola l’elenco delle pop-star donne regine degli MTV Awards chiudendo con la protesta di rifugiarsi in Hildur Gudnadottir, che non sarebbe male se non fosse una scoperta fuori tempo massimo, ovvero nel momento di parabola discendente dell’artista islandese con noi che rimaniamo stupiti, credendo che un fine ascoltatore come lui conoscesse già quel piccolo gioiello di qualche anno fa che fu Without Sinking.
Un normale articolo imbastito in questo modo risulta già troppo lungo, figuriamoci una mezza paginata di Foglio e non vogliamo nemmeno pensare cosa sarebbe stata la canonica lenzuolata che gli altri anni era dedicata alla bisogna.

Mentre ieri leggevo quest’ultima puntata, la settima di una serie la cui insolita brevità non si capisce quando sia stata programmata o solo cercata, rimpiangevo le cose degli altri anni. Rimpiangevo il colonnino Estate che una decida di anni fa Guia Soncini ha tenuto per tutti i giorni estivi che Dio mandò in terra, dove in prima pagina — di fianco a interviste a filosofi sullo scontro di civiltà o ad analisi circa la politica estera americana — si parlava delle varie tipologie di ceretta. O alla serie sulla concupiscenza. O anche solo, per arrivare a tempi più recenti, all’estate che Paolo Nori passò in città a non fare (quasi) un cazzo tutto il giorno eppur trovando materiale per riempire una deliziosa rubrichina quotidiana.

Sarà la crisi, mi sono detto.

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