Il Libro di Gian Arturo Ferrari

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Gian Arturo Ferrari, già direttore della divisione editoriale della Mondadori e già «l’uomo più potente dell’editoria italiana», come ebbe a definirlo la giornalista Caterina Soffici qualche anno fa, ha recentemente pubblicato per Bollati Boringhieri un libretto semplicemente intitolato Libro. Nelle 215 pagine della sua lunghezza, vi è contenuto un atto d’amore nei confronti non solo del libro, ma della stampa in generale e di tutte le sue evoluzioni. Per Ferrari il libro è il prodotto contenente un testo, forse il vero e unico oggetto d’interesse del nostro. E il testo ha attraversato tre grandi fasi, qui ben raccontate: il manoscritto, la stampa (e la stampa industriale) e il digitale.

Ho letto il libro sottolineando avidamente, come mi capita quando leggo qualcosa di interessante scritta in modo interessante. Qui sotto, in ordine abbastanza cronologico di apparizione, alcune citazioni degne di interesse.

Si inizia con una definizione di libro; una definizione che tiene conto di due differenti aspetti: il contenuto e il contenitore:

Il libro, infatti, per quante definizioni astratte se ne tentino, è in concreto prima di tutto una certa – non piccola – quantità di parole scritte e poi un qualcosa dotato di un capo e di una coda, che comincia e che finisce. Proprio questa condizione testuale ma non libraria è per noi di particolare e attualissimo interesse. Ci mostra, infatti, che, se non possono esistere civiltà librarie senza testi, possono benissimo esistere civiltà testuali senza libri. La forma chiusa, essenziale per il libro, non lo è affatto per il testo. Il che apre un’interessante prospettiva sulla nostra contemporaneità, brulicante di testi, ma – ci sembra – via via più povera di libri

Il digitale, scrive Ferrari, non deve essere visto come un (nuovo) mezzo che ha il compito di neutralizzarne un altro (il vecchio). La convivenza non solo è possibile, ma in qualche modo auspicabile:

Dunque l’affacciarsi di un nuovo mezzo – ieri la stampa, oggi il digitale – non agisce in linea di massima in maniera sottrattiva nei confronti delle forme preesistenti, ma dando origine a nuove possibilità e nuovi bisogni ne crea di nuove e aggiuntive. Che vanno a sommarsi a quelle più antiche, ma non necessariamente le sostituiscono.

L’avvento della stampa ha fatto sì che i libri venissero prodotti su larga scala. Il che voleva dire anche allargare la platea dei destinatari e preoccupare le varie censure che si sono susseguite negli anni, nei differenti paesi e nelle diverse culture:

Quel che nella stampa davvero impensierisce non è tanto la pericolosità dei contenuti di per sé presi. Ben prima della stampa ne esistevano di pericolosissimi. Quanto piuttosto l’imprevedibilità e l’anonimità dei possibili destinatari

Se l’invenzione della stampa ha aiutato a modellare il libro così come lo conosciamo oggi, è stata l’industrializzazione dell’editoria a mutarne il soggetto

che non è più il libro, ma diviene la produzione, rispetto alla quale il libro singolo figura solo come un elemento, certo importantissimo (specie quando ha successo), ma comunque sempre sostituibile. La preoccupazione principale dell’editore industriale è ora quella di trovare di che alimentare le proprie macchine, in una spinta alla crescita in linea di principio inarrestabile.

In Libro Ferrari fa una ripartizione piuttosto netta e bianco/nera dei libri: da una parte i libri di conoscenza e dall’altra tutto il resto della produzione, racchiuso nell’etichetta di «varia»:

Se i libri fossero la luna, quelli che appartengono al mondo della conoscenza sarebbero la sua faccia nascosta. Non perché abbiano qualcosa di misterioso, che anzi la loro ragion d’essere e i loro contenuti sono i più innocentemente offerti ed esibiti, ma perché quasi tutto il fitto chiacchiericcio e il pensoso discorrere e le accese polemiche sui libri vertono sugli altri, sui cugini più fortunati, più mondani, più glamorous. Sulle cicale e non sulle oneste formiche. Sui libri di varia, insomma.

Immancabile, soprattutto verso l’ultima parte del testo, un’analisi sulla crisi del mercato editoriale. La cui maggiore colpa viene individuata in maniera netta:

Si pubblicano troppi libri e la maggior parte sono brutti.

La bruttezza di un prodotto è però elemento comune a molte altre industrie culturali (musica, cinema) che vivono un momento di crisi. Per Ferrari, tuttavia, c’è un motivo per cui la crisi del libro viene vissuta in maniera differente sia dalla critica che dal pubblico:

Intanto, come mai solo per i libri si sottolinea il fatto, peraltro innegabile, che in gran parte sono di scarsa o scarsissima qualità? Come mai quest’accanimento? Nessuno si lamenta, al di là dei singoli casi, dei brutti film o delle brutte canzoni (anche queste non poche) o delle brutte trasmissioni televisive (non parliamone). E neppure, per venire alla cultura più alta, dei brutti quadri, delle brutte opere liriche, delle brutte mostre o del brutto teatro. Per i libri è diverso. In primo luogo chiunque si sente non solo legittimato, ma in una certa misura tenuto a salvaguardarne l’onore e a pronunciarsi dunque con la necessaria severità. Sia sul versante della produzione che su quello della fruizione – sia da scrittori che da lettori – infatti, la scrittura sembra non avere quel tasso di tecnicità che hanno invece altre forma espressive, dalla musica alle arti figurative. Nella scrittura non vi sono strumenti e non vi sono pennelli, nessun diaframma tecnico. Ai più, scrivere appare come qualcosa di completamente naturale, una trasposizione immediata del parlato o un suo seguito con altri mezzi. Si scrive come si parla e si parla come si mangia. Di conseguenza gli oggetti scritti, i libri, sono in via di principio altrettanto semplici. Tutti li possono fare e tutti li possono giudicare, senza infingimenti, con spontanea e immediata sicurezza. A questa facilità, che sembra fatta apposta per stimolare il giudizio, si aggiunge l’impulso a intervenire in difesa dei libri buoni (i propri, per chi scrive, o in generale quelli che ci piacciono) che ci appaiono inermi, sul punto di essere travolti dalla marea dei libracci. In secondo luogo l’affetto nei confronti dei libri è tale che non si ammettono offese alla loro dignità e alla loro buona fama. Dietro le ricorrenti lamentazioni sui troppi libri e sui brutti libri si nasconde una smodata (e forse persino eccessiva) attestazione di stima nel libro in quanto tale, l’idea di un valore assoluto che non vuole essere svilito e non ammette contaminazioni.

Il mondo editoriale ha peccato anche di non essere stato pronto a dominare l’avvento del digitale. Un destino, questo, comune almeno anche ad un’altra industria culturale, quella musicale:

All’appuntamento più importante – l’avvento del digitale – i libri si presentano indeboliti da fessurazioni e cedimenti interni che, nonostante gli siano spesso imputati, con il digitale nulla hanno a che fare.

Nell’impresa editoriale la figura del direttore generale (ruolo che Ferrari ha in passato ricoperto) viene descritta come una vera e propria ricchezza. Una figura che

sceglie d’istinto, perché, esaurite tutte le doverose considerazioni storico-culturali, stilistiche e commerciali, alla fine è convinto, sente che quel libro «andrà». Si tratta di un talento come un altro, come l’orecchio musicale o la mano per disegnare, ma di un talento specifico, nativo, educabile certo, ma non insegnabile neanche in appositi corsi. Chiamata direttore editoriale, editor o lettore (in Germania), questa figura in generale mantiene i suoi poteri per un tempo non lunghissimo e su uno spettro ristretto di libri, come fosse uno strumento musicale che ha quel particolare timbro. Più figure di questo genere vi sono, più grande è l’orchestra e più varia la musica. Questo è, al fondo, il patrimonio e il vero capitale di una casa editrice. La capacità di rinnovare l’orchestra nel tempo, cooptando e allevando, attraverso l’imitazione, i nuovi solisti, è quel che fa di una casa editrice una grande casa editrice.

Il valore del libro, secondo Ferrari, è decaduto per via di alcune scelte commerciali sbagliate operate nel passato, come

la spinta costante alla discesa dei prezzi, il diffondersi delle vendite congiunte con quotidiani e periodici, l’uso spregiudicato dell’arma degli sconti hanno finito per cancellare nel pubblico la percezione del valore intrinseco dei libri, per radicarlo nell’idea che il prezzo ha una relazione del tutto arbitraria con il contenuto e con il valore dei libri.

Tuttavia i libri di narrativa (o, più genericamente, quella non di conoscenza)

rimangono il maggior consumo culturale dell’umanità. Il cambiamento in tutte le sue forme, di gusto, di pensiero, d’ideologia, di cultura transita e si compie primariamente ancora attraverso i libri.

Infine, una disamina dei motivi per i quali la strada del successo — dove per successo si intende qualcosa su larghissima scala — dell’ebook è ancora lunga. Il libro digitale è infatti

rifiutato e negletto dai retrogradi e dagli oscurantisti. Cioè dai cattivi. Che si dividono a ben vedere in due categorie: i semplici passatisti, che non comprendono i tempi nuovi per incapacità, arretratezza, sclerosi mentale e i conservatori interessati, coloro cioè che traendo vantaggi dal precedente e iniquo stato di cose, temono ora quei vantaggi – meglio, privilegi – di perderli, e combattono quindi una disperata battaglia di sopravvivenza, da cui usciranno sconfitti.