Parlamentarizzare i diritti civili

Pierluigi Battista su La Lettura del Corriere della Sera [19.10.2014, pp. 2-3] spiega che l’unico modo per poter legiferare su quei temi rubricati genericamente come «diritti civili» (quali ad esempio le separazioni, le nozze omosessuali, l’eutanasia) è quello di seguire la parlamentarizzazione,

un termine astruso che vuol dire il rispetto scrupoloso della centralità del Parlamento nell’elaborazione e nell’approvazione delle leggi […]. Il Parlamento, non il governo. Fondamentale distinzione: perché se si costringe un governo in cui convivono sistemi di valori diversi a identificare la propria sorte con l’approvazione di una legge sui diritti civili, allora tutto diventa più difficile.

La parlamentarizzazione non è una novità nel sistema politico italiano. In passato fu la strada seguita per arrivare all’approvazione di due strumenti che dividevano l’opinione pubblica (e la sfera politica), quali il divorzio e l’aborto. Spiega Battista che

In ambedue i casi, divorzio e aborto, il modo per uscire dallo stallo fu la scelta di separare governo e maggioranza parlamentare. Ma questi due esempi non hanno fatto scuola. La testardaggine con cui le maggioranze di governo si sono volute intestare leggi che riguardassero la sfera dei diritti civili ha sempre portato alla paralisi. Fu così per la sinistra, con la vicenda tragicomica dei Dico (versione italiana dei Pacs francesi), in cui il riconoscimento delle convivenze fuori del matrimonio divenne un elastico nelle mani delle diverse fazioni all’interno di una maggioranza che rischiava tutte le volte di compromettere la stabilità del governo. È stato così anche per la destra, con una stretta in senso proibizionista sul testamento biologico (maturata nel clima concitato della grande controversia sulla sorte di Eluana Englaro) che poi, con il cambio di maggioranza, si è dimenticata di se stessa, messa in un angolo senza che nessuno volesse raccoglierne la bandiera.

Un altro ostacolo alla legiferazione è stato anche, secondo Battista, racchiudere tutti i cosiddetti «diritti civili» in un unico grande pacchetto, facendo sì che non si distinguessero più le posizioni sui singoli temi. Questa «pacchettizzazione»

irrigidisce le posizioni, favorisce i rispettivi oltranzismi. Si può essere a favore di patti para-matrimoniali o addirittura del matrimonio tout court tra coppie gay, ma contemporaneamente essere risolutamente contrari alla ricerca sugli embrioni, considerati già persone in nuce e non semplici aggregati cellulari da manipolare a piacere […] Così come la richiesta di formulare al più presto una legge sul testamento biologico, o sulle dichiarazioni di fine vita, fondata sull’autonomia della persone e sul suo legittimo rifiuto di prolungare artificialmente una vita di atroci sofferenze può benissimo accompagnarsi alle perplessità per una legislazione senza limiti in senso eutanasico, fino all’orrore di quei Paesi che consentono l’eutanasia su bambini che non possono disporre della loro volontà.

Ma non c’è solo questo. Molta della paura che la politica italiana ha nel trattare questi temi è dovuta al fatto che, inevitabilmente, si dovrebbe scontentare una parte del paese:

le stesse potenziali maggioranze (oggi sul riconoscimento dei diritti delle coppie dello stesso sesso la maggioranza sarebbe schiacciante) temono di urtare la sensibilità di chi, semplicemente, da posizioni di minoranza, ha tutti gli strumenti disponibili, a cominciare dall’arma del referendum, per contrastare una legge considerata ingiusta.