Tutto il mondo è paese

Una delle cose che gli addetti all’informazione nostrani amano ripetere riguarda la superiorità dei giornali stranieri rispetto a quelli di casa nostra. In questo continuo decantare le lodi ci sono elementi di verità, certo: è indubbio che alcuni giornali (o alcune sezioni di alcuni giornali) stranieri siano fatti oggettivamente bene. Siano piacevoli da sfogliare, gradevoli da osservare, appassionanti da leggere. Ma ci sono anche, secondo me, altri elementi che fanno considerare il prodotto giornale che viene dall’estero di una fattura superiore. C’è l’elemento della non abitudine: se tutti i giorni leggiamo i giornali italiani, quando ci capita tra le mani una copia del Guardian, del Times, del New York Times, di Le Monde, ci sembra di leggere qualcosa di nuovo la cui fattura ci appassiona. Un elemento di esotismo, quasi, che ci spinge a considerare in maniera distorta come migliore tutto ciò che è semplicemente differente a quanto siamo abituati.

Per fare un esempio della critica che gli addetti all’informazione nostrana muovono ai giornali di casa nostra, e la muovono complimentandosi con i giornali degli altri paesi, c’è questo bel post di Francesco Costa di qualche mese fa. Post pieno di buone ragioni che, dopo un’accurata analisi di un numero del Guardian di un qualunque giorno, si concludeva con:

un grande giornale del 2014 è fatto così: non con cose altissime o sedicenti tali, vecchissime o seriosissime, non con drammi e gossip, non con appelli e nostalgie, non con cose che interessano solo e soltanto agli addetti ai lavori – banalmente con cose fatte benissimo riguardo le cose del nostro tempo. Costa due euro.

Ma un grande giornale del 2014 (ma anche non necessariamente di oggi: pure di ieri e, speriamo, anche di domani) deve anche raccontare la verità. Cosa che, ad esempio, lo stesso Guardian non ha fatto. E, con la complicità di Internazionale che ne ha ripubblicato la traduzione sul numero in edicola questa settimana, ha continuato a non fare, aggiungendo al danno anche la beffa. Il danno, aver scritto in Inghilterra delle cose oggettivamente false su alcune vicende della recente storia politica italiana; la beffa, perché queste cose oggettivamente false sono state tradotte in italiano da un giornale — Internazionale, appunto — che della verifica delle sue fonti, del controllo maniacale dei pezzi, della mission di fornire una visione globale e la più possibile veritiera ha sempre fatto uno dei suoi punti di forza. Poi, è evidente, anche Internazionale ha una sua linea politica e culturale. E una direzione che dà in pasto ai suoi lettori questa sua linea, costruendola con le storie prese dai giornali di tutto il mondo e tenendole insieme da un sottile filo ideologico. Poco male: là fuori ci sono lettori che acquistano Internazionale proprio perché vogliono leggere storie interessanti e che mostrino una linea molto simile a quello che è il loro pensiero — o a quello che, in parte o in toto, non è: ci sono anche lettori che, molto intelligentemente, non leggono solo ciò che conferma la loro opinione ma provano anche ad allargare gli orizzonti e a stimolarsi intellettualmente leggendo i giornali che offrono una visione diversa.

Ma ritorniamo all’articolo incriminato del Guardian. Apparso a firma di Ed Vulliamy sul quotidiano britannico il 30 ottobre scorso, e come detto ripubblicato da Internazionale [n. 1076, pp.37-38], prende spunto dalla recente testimonianza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel processo sulla cosiddetta trattativa tra Stato e Mafia per fare un minestrone piuttosto indigesto utilizzando a mo’ di verdure croccanti alcune delle pagine buie della storia italiana del dopo-guerra: il rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, la strategia della tensione, le bombe mafiose del 1992-1993, i rapporti tra Dell’Utri e Berlusconi, tra Dell’Utri e cosa nostra, tra cosa nostra e Dell’Utri, e il maxi-processo a Giulio Andreotti. Il tutto supportato da una prova inconfutabile:

se entrate in una qualsiasi libreria Feltrinelli, troverete interi scaffali di libri che descrivono queste trame in tutti i particolari, scritti da giornalisti coraggiosi in collaborazione con altrettanto coraggiosi magistrati come quelli di Palermo di ieri e oggi.

Il che, si converrà, come prova è alquanto deboluccia. Ci sono giornalisti che denunciano le peggiori malefatte quotidianamente, sulle pagine dei giornali e in libreria. Così come ci sono stati magistrati (a Palermo e ovunque in Italia) che coraggiosamente queste malefatte le hanno combattute — alcuni di questi rimettendoci la propria vita. Ma ci sono anche giornalisti (a Palermo e ovunque in Italia) che vanno a braccetto con magistrati (di Palermo come di altre zone d’Italia) che hanno costruito la loro carriera su delle vere e proprie patacche, e che magari hanno lasciato il loro lavoro originale (quello di giornalista, quello di magistrato) per poi entrare in politica e — considerando il mondo come una serie di porte girevoli — magari sono ritornati a fare il giornalista o il magistrato quando le cose nei Palazzi si erano messe male. Per fare degli esempi, le inchieste di De Magistris sono costate soldi, cadute di governi, arresti più o meno eccellenti, e sono finite con l’archiviazione. Quelle di Ingroia erano supportate dal figlio di un noto politico presentato al grande pubblico come l’oracolo che avrebbe dovuto raccontare tutta la verità sulle stragi, sui rapporti stato e mafia, sul famoso papello che costituirebbe l’architrave della presunta trattativa, e che raccontava tutto questo mentre nascondeva in giardino del tritolo — non esattamente un teste attendibile. La fine di Ingroia è nota: Guatemala, velleità politiche fortunatamente stoppate dagli elettori, consulenza per la regione Sicilia — una parabola che si commenta da sé, senza che ci sia bisogno di infierire ulteriormente. Quella di De Magistris è agli onori delle cronache in questi stessi giorni: da supporter del giustizialismo (a patto che a subirlo fossero gli altri), a strenuo difensore del garantismo (a patto che ad essere garantito sia solo lui). E mi fermo solo a questi due esempi più recenti.

Nell’articolo di Vulliamy si va però oltre, fino a dar conto come detto di una cosa oggettivamente falsa. Parlando dei processi ad Andreotti, il giornalista inglese scrive che l’ex Presidente del Consiglio democristiano

fu accusato di associazione mafiosa, condannato due volte e assolto solo in Cassazione.

Chiunque con un minimo di conoscenza di come sia andata la storia politica italiana degli ultimi 30 anni sa che questa informazione non è per nulla corrispondente alla verità, nonostante possa sembrare fascinosa ai fini della costruzione dell’intero articolo. Vulliamy avrebbe potuto aprire la pagina di Wikipedia (anche quella italiana, visto che è stato nel nostro paese come corrispondente) e, facendo affidamento anche solo a questa fonte tanto osteggiata quanto poi setacciata dai giornalisti, avrebbe scoperto che Giulio Andreotti in primo grado fu assolto e in secondo grado fu prescritto per fatti relativi fino alla primavera del 1980, e assolto per quelli successivi. La sentenza venne poi confermata esattamente in questo modo in Cassazione. Delle due condanne nessuna traccia. Non lo dico da andreottiano — non lo sono sia per questi anagrafiche che per questioni di cultura politica — ma da amante della verità e non delle sciocchezze. Poco m’importa dunque il retropensiero: mi interessa sapere cosa abbia o meno stabilito la giustizia.

In tutto questo la stampa italiana ha perso un’occasione preziosa per dire che i giornali stranieri sono tanto belli quanto pieni degli stessi difetti di quelli italiani. E cioè Internazionale avrebbe potuto fare un po’ di quel lavoro che la sua stessa giornalista Giulia Zoli descrive nell’edizione di questa settimana della sua rubrica (per me imperdibile, lo ammetto) Le correzioni:

per rendere comprensibile a un pubblico che l’autore dell’articolo non aveva previsto, a volte i redattori e i copy editori [di Internazionale — nota mia] devono aggiungere informazioni al testo originale o semplificare esempi che altrimenti apparirebbero oscuri.

Qui un po’ di sana onestà intellettuale avrebbe voluto che l’articolo non venisse tradotto alla lettera, ma che almeno quel passaggio oggettivamente sbagliato fosse corretto. Ai fini della linea politico-culturale di Internazionale non sarebbe cambiata una virgola, e per una volta l’informazione italiana avrebbe potuto dimostrare di non essere seconda a nessuno. Tanto meno ai blasonati colleghi d’oltremanica. Ma mi rendo conto che, molto più probabilmente, una scorrettezza del genere la si potrebbe trovare scritta in uno dei nostri giornali, senza nemmeno il bisogno di importarla dall’estero. Perché poi, alla fine, tutto il mondo è paese.