Il restringimento dello sguardo

foto via Flickr
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BusinessWeek ha appena reso noti i dati di una ricerca condotta da Flurry Analytics e Comscore, secondo la quale negli Stati Uniti le persone passano più tempo davanti ai tablet e agli smartphone che davanti alla televisione (compresi i suoi giovani eredi: le smart tv). Rispettivamente 177 contro 168 minuti. Certo, il tempo che trascorso davanti al telefono o alla tavoletta non comprende solo la fruizione dei video: con un iPad si possono fruire molti altri contenuti, come la navigazione in internet, i social network e tutto il microcosmo di applicazioni e giochi. Tuttavia la ricerca è indicativa di una tendenza e, con ogni probabilità, nei prossimi anni sarà più diffuso il guardare film su tablet anziché al cinema o in televisione (cosa che in alcune fasce d’età potrebbe già avvenire).

Questa nuova tendenza ha una ricaduta anche sull’oggetto video, nonché sulla nostra capacità di fruirlo. Di guardarlo, secondo il verbo che indica l’azione di mettersi davanti ad uno schermo. Se ne è accorto il regista e sceneggiatore Davide Ferrario (La fine della notte, Figli di Annibale, Tutta colpa di Giuda e la sceneggiatura di Io uccido, tratto dall’omonimo romanzo di Giorgio Faletti). Il quale, sulla Lettura del Corriere della Sera [04.01.2015, p. 7] fa una riflessione sulla nostra capacità di osservare il cinema — e quindi, in senso allargato, il mondo — ai tempi dello schermo ridotto dei tablet e degli smartphone:

Il cinema tradizionale, quello larger than life, si basava su uno sfruttamento totale della potenzialità dell’occhio, come ironizzava Chaplin [nella famosa gag dello spettatore in una sala con schermo cinemascope nel film Un re a New York del 1957 – ndr]. Era una visione che «apriva», in tutti i sensi: sia fisicamente che emotivamente. Guardare dentro un iPad o uno smartphone, invece, corrisponde a un’esperienza del tutto diversa: il fuoco della visione non si apre, si chiude in un angolo sempre più stretto. Non a caso è un guardare privato, mai comunitario.
Questa chiusura del fuoco su quello che hai immediatamente davanti agli occhi a scapito di quello che ti sta intorno, del contesto senza il quale l’immagine perde riferimento, rivela un più generale decadimento dell’attività del guardare. Non potrebbe essere altrimenti quando, dei 140 gradi di cui è capace il campo visivo degli occhi, se ne usano soltanto un terzo. Questo comporta conseguenze che non riguardano soltanto il cinema. Siamo diventati incapaci di leggere e decodificare quello che ci sta intorno nella vita reale, perché il fuoco è sempre sull’oggetto, mai sul contesto: in tutti i campi, dal politico al sentimentale. Guardare sempre più da vicino fa perdere il senso delle dimensioni, di quella proporzione dello sguardo umano che il cinema classico manteneva. Quello del cinema era, è uno sguardo oggettivo e condiviso; quello dei tablet o degli iPhone è uno sguardo soggettivo, più simile al rapporto che uno ha con un microscopio, una lente — o con un mirino.

Tra le conseguenze di questo restringimento, fisico e mentale, del nostro campo visivo, secondo Ferrario c’è la diffusione del selfie, una fotografia che «sceglie di lasciar perdere il mondo circostante per concentrarsi sulla faccia del soggetto». Si potrebbe obiettare che gli autoscatti non sono stati inventati con gli smartphone, e che il selfie è, in un certo senso, l’estremizzazione di un autoscatto, resa possibile dallo sviluppo della tecnologia. Ma a questo Ferrario risponde dicendo che se l’autoscatto «veniva usato per le immagini più complesse», come le foto di gruppo,

la meccanica del selfie conferma la tirannia dello sguardo da vicino: al massimo, la lunghezza di un braccio o di un piccolo supporto. Un cortocircuito rivelatore del fatto che oggi dalle immagini non ci si aspetta qualcosa di nuovo da scoprire, ma la conferma di quello che si sa.

Ferrario si premura di dire che la sua non vuole essere una visione moralista, né nostalgica di un tempo che difficilmente potrà ritornare, almeno come fenomeno di massa. La sua preoccupazione risiede, piuttosto, nelle possibili ricadute sul cinema stesso. La chiusura dello sguardo, secondo Ferrario, è simile a quella che prova il cavallo quando gli vengono messi i paraocchi: il problema non è tanto che l’animale vede solo ciò che gli sta di fronte, quanto che «vede solo quello che interessa al padrone che lui veda». Un problema di libertà, par di capire:

come regista che ha sempre creduto nella capacità catartica del cinema, sono preoccupato per la sua «riduzione» tecnologica. Un processo fisico che è anche artistico, morale e ideale; un processo che mette in crisi il rapporto tra narratore e spettatore. «I film liberano la testa», diceva Fassbinder. Chissà se è ancora vero.