Jah Wobble, bassista.

jah_wobbleJah Wobble è uno dei miei bassisti preferiti, forse perché non è un bassista convenzionale. Probabilmente nemmeno un bassista tout court. Recentemente è ritornato sulle scene con uno dei due gruppi che gli hanno dato, nel corso della sua trentacinquennale carriera, più soddisfazioni anche a livello commerciale, gli Invaders of the heart — l’altro, come chiunque sulla faccia della terra dovrebbe sapere, erano i PiL.

In piena epoca punk, Jah Wobble era considerato uno dei «quattro John»: gli altri tre erano John Grey (l’unico di cui si siano perse le tracce), John Lydon (alias — ma solo nel perimetro dei Sex Pistols — Johnny Rotten), e John Simon Ritchie (poi Beverley), conosciuto da tutti come Sid Vicious.

Intervistato da Dave Simpson sul Guardian, Jah Wobble ad un certo punto racconta un paio di cose proprio sul suo rapporto con Sid Vicious — al quale si deve anche il soprannome: in uno stato di ubriachezza piuttosto pesante, il bassista dei Pistols rivolgendogli la parola sbiascicò il suo vero nome John Wardle in «Jah Wobble», e così rimase per tutta la vita, con una rotondità dub che sembrava fatta apposta per inserirsi nel solco della musica che avrebbe iniziato a suonare da lì a poco.

Qual è stato il tuo primo basso?
Presi in prestito da Sid Vicious il suo Fender. Disse: «Sei una merda». E io gli risposi: «Non lo sai suonare manco per il cazzo. Dallo a me…». Il primo che ebbi tutto mio era però l’imitazione di un Musicman. Vivevo in un appartamento occupato e avevo bruciato tutti i mobili per stare al caldo. Gli altri occupanti erano furiosi e, giustamente, dopo una grande lite mi lasciarono lì solo con questo basso e nessun amplificatore, dovevo appoggiarlo alla testiera del letto per ottenere un suono. La prima linea di basso che scrissi entrò però nella top 10 (è quella che si sente nel brano Public Image). Commercialmente, è stato un costante declino da quel momento [ride].

Com’era Sid Vicious veramente?
L’ho spiegato in un documentario che feci per la radio chiamato In search of Sid Vicious. Jon Savage [giornalista e conduttore radiofonico inglese, famoso per la sua agiografia del punk England’s Dreaming] mi ha messo generosamente a disposizione le sue registrazioni della mamma di Sid — un’eroinomane — che dice del figlio: «Gli ho detto: “Non me ne frega niente di dove vai. Vai fuori dai coglioni. Vaffanculo. Per quanto mi riguarda puoi dormire su una panchina”». Questo quando Sid aveva 15 anni. Era un ragazzino davvero danneggiato. Quando Sid disse ad uno psicologo che avrebbe voluto suicidarsi, questo gli disse di uscire con qualche amico che lo potesse far interessare alla vita, e quell’amico ero io. Dissi: «Ad essere onesto, non so se [Sid] abbia qualcosa per la quale vale la pena vivere. Il suicidio potrebbe essere un’idea». Lo psicologo era ripugnato — corremmo fuori facendocela quasi addosso dal ridere. Ma, di sicuro, nello scherzo era stata detto qualcosa di vero. Pensava davvero di farsi fuori.

Ad un certo punto all’epoca — e la voce è stata riportata più volte nel corso degli anni — si era parlato anche di una sua possibile entrata nei Sex Pistols:

Saresti potuto entrare nei Sex Pistols?
Nah, girava questa voce ma non c’è mai stato modo che accadesse. Suonare rock non è nel mio stile naturale. La prima volta che ho visto i Pistols c’era Glen Matlock al basso, e loro erano stati la prima rock band con cui avevo condiviso una stanza. Perciò non sarebbe stato un buon ingresso per me. Piuttosto, quando John [Lydon] mi chiese di formare con lui i Public Image Ltd, mi sono sentito come Lamela, il giocatore degli Spurs, quando era al Boca Junior: diventai molto importante da giovanissimo. Nessuno mi aveva mai insegnato a suonare, e così riuscii a sviluppare il mio stile in modo naturale. È stata una gran fortuna.