Gli smartphone al museo.

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foto via Flickr

Si leva una voce contro l’utilizzo degli smartphone nei musei. Non tanto perché, come ovvio, frammentano l’esperienza della contemplazione facendoci osservare un’opera attraverso un piccolissimo schermo; piuttosto, perché sono un collettore formidabile di dati che potremmo anche non avere molta voglia di fornire. Scrive Leann Davis Alspaugh che gli smartphone ormai hanno sostituito le vecchie audioguide:

e ora i visitatori leggono o ascoltano tramite gli auricolari le guide scaricate sui loro telefoni. Ma proprio come ogni altra forma di accesso che lo smartphone ci permette, l’interazione e a due sensi. Dal momento in cui entri nel museo — se non da prima, quando acquisti online i biglietti — stai anche contribuendo a fornire i tuoi dati personali e le informazioni che ti riguardano ai nuovi dipartimenti “coinvolgimento” dei musei. Non sorprenderti dunque se, mentre ti soffermi davanti ad un quadro di Caravaggio, ti arriva sullo smartphone un buono per l’acquisto di un cappuccino.
Oltre a ciò che forniamo volontariamente navigando sui siti dei musei o compilando i questionari sull’esperienza della visita, i musei stanno imparando molte cose sulle nostre abitudini utilizzando un nuovo strumento digitale che serve a raccogliere i nostri dati: il digital beacon. Questi piccoli trasmettitori senza fili, ora installati anche al Los Angeles County Museum e al Guggenheim, per esempio, possono registrare quanto velocemente i visitatori dotati di smartphone si muovo attraverso le sale, o quali opere attraggono più persone. Gli sviluppatori polacchi dell’Estimote, un modello di digital beacon, considerano il loro prodotto un «computer molto piccolo», compatibile con i più diffusi smart device e ad alta efficienza energetica. La sua forma irregolare e la sua colorazione a tinte pastello rendono l’Estimote facilmente riconoscibile. Questi beacon funzionano tramite una combinazione di segnali Bluetooth e una memoria basata sul cloud.
Resisi improvvisamente conto del loro deficit di innovazione, i musei si sono ritrovati a dover assumere immediatamente analisti di dati e a mettere in piedi dipartimenti di IT per snocciolare numeri.

Della cosa si è accorta anche Ellen Gamerman sul Wall Street Journal, che in un articolo avverte del rischio che collezionare i dati sui visitatori può comportare. Non solo sulla sicurezza, ma anche sulle esibizione future…

Collezionando sempre più informazioni personali sui loro visitatori, i musei si stanno esponendo alle stesse violazioni di sicurezza e alle stesse potenziali cause legali che hanno colpito aziende come Home Depot e eBay. E con strumenti di raccolta dati capaci di calcolare quali siano le opere più popolari di un’esibizione, alcuni osservatori iniziano a preoccuparsi del fatto che i curatori sceglieranno di allestire esibizioni che già sanno incontrare maggiormente i gusti del pubblico, anziché quelle più stimolanti o artisticamente interessanti.

… e su chi le finanzierà:

In un mondo in cui le uniche statistiche erano quelle messe insieme da un ragazzo che sedeva in una sala con un contapersone, i big data rappresentano un game-changer. Così oggi, quando i musei sondano i potenziali sponsor, arrivano armati di sofisticati grafici che indicano che tipologia di persone visitano il museo, cosa li spinge a farlo e perché. Capire i comportamenti del pubblico permette ai musei di targetizzare il marketing per le esibizioni future.

Anche se non tutti i big data sono da demonizzare. Secondo Gamerman

da un punto di vista educativo, i dati possono aiutare i musei a trovare gli strumenti più adatti per insegnare al pubblico quello che serve per capire le opere d’arte ospitate.