He could have been hero.

Non vorrei che questa diventasse la settimana celebrativa di David Bowie, visto anche quanto mi è capitato di scrivere in passato. Solo che poi, a volte, le cose tendono a cambiare e ci vuole un niente per diventare dei venerati maestri (arbasinianamente parlando) dopo essere stati, agli occhi di chi scrive, e delle giovani promesse e dei soliti stronzi. Sta di fatto che oggi mi sono imbattuto in quanto ha scritto Biba Kopf, l’alter ego del critico musicale Chris Bohn, recensendo su The Wire il libro Heroes: David Bowie and Berlin di Tobias Rüther. Nel testo si vorrebbe analizzare criticamente il rapporto del cantante con la capitale tedesca all’epoca della celebre trilogia berlinese. Cioè tre dischi — Low, “Heroes” e Lodger — considerati dai più come uno degli apici creativi di Bowie (molto spesso l’apice creativo, l’unico) e sicuramente come gli album dove sono contenute più tracce d’avanguardia — ma, attenzione con le etichette, avverte Bohn smessi i panni di Kopf e ripresi quelli del direttore di Wire a proposito di un disco come Low:

le affermazioni fatti sul suo essere un disco di avanguardia possono essere comprese solo nel contesto del pop nel quale uscì, o pensando alle facce imbiancate dei responsabili marketing dell’etichetta che dovevano provare a vendere una collezione di alienanti ed elettroniche canzoni pop d’autore quando speravano piuttosto in un sequel del best seller del 1975 Station To Station.

Il problema, scrive il giornalista recensendo il libro, è che di berlinese — ma anche di tedesco tout court — in quei dischi c’è poco o niente:

David Bowie e Iggy Pop, in piena epoca berlinese
David Bowie e Iggy Pop, in piena epoca berlinese

Ma dove sono i tedeschi nella trilogia tedesca di David Bowie? Bowie ha registrato i tre dischi con il produttore Tony Visconti, Brian Eno e il suo solito gruppo, più Robert Fripp come ospite speciale. Per tutto il libro, Bowie tributa il suo amore per i Kraftwerk e i Neu! ma, a parte qualche corista, non ci sono significativi contributi di musicisti tedeschi alla trilogia. Ad un certo punto pare abbia chiesto a Michael Rother dei Neu! di partecipare alle registrazioni ma, forse cedendo alla paura della sua casa discografica che degli strani musicisti tedeschi avrebbero reso la sua nuova strana musica di Bowie ancora più strana, ha poi lasciato cadere l’invito. E cosa ha ottenuto Bowie dalla stessa Berlino mentre registrava questi dischi? Rüther è confuso tanto quanto noi. La sua analisi dell’interesse di Bowie per i pittori del gruppo Die Brücke è illuminante, non solo perché ci dice qualcosa sulle fotografie che campeggiano sulle copertine di “Heroes” e di The Idiot di Iggy Pop. Diversamente la parte più forte del libro è quando Rüther scomoda il filosofo tedesco Ernst Bloch e la sua teoria del tempo per spiegare il modo con cui Bowie si era chiuso in un mondo berlinese frutto della sua invenzione. Detto semplicemente, Bloch afferma che l’immaginario di ciascuna persona è frutto di una costruzione culturale che coinvolge i ricordi famigliari e storici, il tutto procedendo lungo proprie linee temporali. In questo senso, Bowie è una specie di stato di mezzo confuso tra i ricordi d’infanzia della guerra e delle sue conseguenze, la lettura di Isherwood, una relazione all’epoca con la cantante transgender Romy Haag e così via. In questo contesto, i suoi ospiti berlinesi possono fare dell’ironia su Bowie che parla della guerra. In effetti, la foto che lo ritrae in un cappotto nero di pelle mentre fissa con fare minaccioso una guarda della Germania dell’Est fuori dalla Neue Wache alla fine degli anni Settanta assomiglia di più ad una farsa da sitcom che ad un’offesa. David Bowie è sempre stato un po’ un cazzone. Stupisce che la sua musica la maggior parte delle volte ce lo faccia dimenticare.

Sulle immagini di David Bowie e sulla sua musica, giudicate voi — ché molto, forse troppo, è già stato detto ed è quindi inutile star qui a spaccare il capello in quattro su un prodotto, comunque la si veda (e anche Kopf/Bohn credo sia d’accordo), di alto livello.