Fascio-salutismo?

Secondo Andre Spicer e Carl Cederström, siamo passati dall’internet delle cose (internet of things) all’internet di noi (internet of me). Non basta più, infatti, essere connessi alla rete tramite diversi device, alcuni dei quali decisamente bizzarri come lo spazzolino da denti intelligente; mediante questi dispositivi connettiamo a Internet anche il nostro corpo e la nostra mente: ci sono applicazioni per tenere traccia di ciò che succede nel nostro cervello mentre dormiamo, applicazioni per la dieta, applicazioni che raccolgono dati sulla nostra attività fisica. Siamo schiavi dei dati, in epoca di big data. E non rinunciamo a raccogliere e rielaborare tutto ciò che riguarda il nostro benessere — dai minuti corsi, ai battiti cardiaci 24/7, alle calorie ingerite. Tutto questo salutismo estremo, secondo i due autori, ci rende un po’ dei «fascisti del corpo»:

Queste applicazioni non solo modellano i nostri comportamenti in modo tale da farci diventare persone più produttive. Promettono anche di renderci più salutari e più felici. Pavlok [un braccialetto connesso alla rete che promette di farci abbandonare le cattive abitudini] elenca tutti i grandi nemici di oggi: «Il fumo (fa venire il cancro e le rughe), il fast food (fa ingrassare), stare seduti tutto il giorno (fa ingrassare)». Sembra quasi che avere brutte abitudini equivalga ad essere delle brutte persone. Per sbarazzarci di questi peccati dovremmo autoflagellarci, o al limite relegare la pratica ad un’applicazione.

Come suggeriamo nel nostro nuovo libro The Wellness Syndrome, il wellness è diventato una sorta di imperativo morale. Per essere una persona moralmente buona devi fare esercizio fisico, mangiare correttamente e certamente non fumare. Queste nuove applicazioni fanno intravedere il lato più sinistro del comandamento del wellness. Quando accettiamo il fatto che avere uno stile di vita poco salutare equivale ad essere dei cattivi esseri umani, allora diventa accettabile punire chi è malato. Oppure, essendo persone grasse o poco salutari non dovremmo sederci ad aspettare che qualcuno ci punisca: dovremmo farlo noi stessi, fino a quando non ci saremmo disciplinarmente trasformati in persone rispettabili, che indossano gli scintillanti simboli di uno stile di vita salutare.

Potremmo esserci spostati dall’internet delle cose all’internet di noi. Nonostante ciò, sembra l’unica cosa che questa internet delle cose stia ottenendo è quella di presentare nuovi modi di trattare noi stessi non come persone, ma come oggetti.