I have a party in my head and I hope it never ends.

earworms

Chiunque l’avrà provato almeno una volta: siete andati a letto, avete spento la luce, state provando ad addormentarvi, ma c’è una canzone che suona nel vostro cervello e non vi dà tregua. Oppure: vi siete svegliati una mattina con una canzone in testa, siete andati al lavoro e quella ha continuato imperterrita a tormentarvi, siete tornati a casa ma niente, quel brano non ne vuole sapere di andarsene dalla vostra mente.

Non è mai una canzone qualunque: è una canzone che vi piace, o una canzone alla quale siete stati esposti per un certo periodo di tempo, non importa se più o meno recentemente. È un fenomeno diffuso: qualcuno, su questa canzone, ci ha scritto un’altra canzone.

Se avete capito di cosa sto parlando, avrete sperimentato quello che si chiama «earworm». Ne ha scritto nei giorni scorsi Amy-Mae Elliott su Mashable: è un fenomeno che si verifica quando una canzone — ma più spesso una singola parte di una canzone, come la strofa o il ritornello — si ripete in loop nella vostra mente. In termini scientifici, si chiamerebbe «immagine musicale involontaria» (INMI), ma tutti la conoscono come «earworm». Non esiste un termine equivalente in italiano, tanto che la parola inglese è di uso comune anche dalle nostre parti ed è il risultato dell’inglesizzazione del termine tedesco «ohrwurm». Secondo una recente ricerca Finlandese, quasi il 92 percento delle persone soffre di questo fenomeno almeno una volta a settimana.

Il motivo per cui, ad un certo punto e improvvisamente, questi brani si fissano in testa è difficile da individuare. Studi recenti sono però arrivati a conclusioni abbastanza semplici per descrivere il fenomeno, ed esiste anche un sito internet ad esso interamente dedicato. Fondamentalmente sono due le cause principali: l’essere stati continuamente esposti ad una canzone (l’avete ascoltata troppe volte, oppure siete stati costretti a farlo perché, ad esempio, la radio che ascoltate di solito la passa spesso, o il vostro vicino di casa l’ha eletta a sua personale canzone della settimana); oppure certe circostanze attivano la vostra memoria. Spiega Elliott che se, ad esempio, una volta avete ascoltato un certo brano ad una festa in piscina, è molto probabile che durante la prossima festa in piscina quel brano improvvisamente vi torni in mente e non vi lasci più per qualche ora, anche se il dj della festa non non lo sta suonando. Anche uno stato emotivo particolare può fare da attivatore della memoria: se avete ascoltato una particolare canzone mentre stavate provando una forte emozione (non importa se positiva o negativa), è verosimile che quella canzone si palesi nella vostra testa una delle prossime volte che vi troverete in quello stato emotivo.

Amy-Mae Elliott spiega che non esiste un tipo particolare di canzone destinata a diventare un earworm, sebbene alcune teorie senza alcun fondamento scientifico dicano che più una canzone è catchy, più è probabile che si trasformi in un earworm. Elliott cita come esempio classico la disneyana It’s a small world.
Se l’essere catchy di per sé non rappresenta un motivo per una canzone di diventare un earworm, altri studi dicono che particolari proprietà di un brano — quali la semplicità musicale e la presenza di elementi ripetitivi, entrambi aspetti tipici delle canzoni per bambini — possono essere determinanti per far sì che lo stesso non se ne vada via più dalla testa. Una teoria, questa, che trova conferma in una lista pubblicata da Buzzfeed su 21 canzoni candidate a diventare earworm: scorrendola, e avendo una discreta conoscenza dei pezzi pop degli ultimi 30 anni, si capisce come l’elemento della ripetizione sia una costante.
Il gruppo di ricercatori dell’Università di Londra riunito sotto il nome di Music, Mind and Brain ha poi scoperto che le canzoni costruite da note di lunga durata ma con altezze simili hanno più probabilità di diventare degli earworm: un tipico esempio di questa categoria è Waterloo degli Abba.

Rimane la domanda principale: come fare per toglierci questi brani dalla mente? Qui Amy-Mae Elliott individua due possibilità. La prima è quella di assecondare questo tormento, una teoria che pare avere anche dei riscontri scientifici. E dunque ascoltare il brano continuamente, a volume sostenuto, e magari cantarci anche sopra. In questo modo il vostro cervello, operando un confronto tra il loop mentale che continua a riproporvi e la versione originale del brano, dovrebbe mettere fine al supplizio. La seconda è quella di trovare una canzone che funzioni come una cura: un brano in grado di attivare la vostra mente mettendo quindi in secondo piano l’earworm — ma possibilmente un brano che non sia così catchy da andare a sostituire quello che vi sta tormentando, altrimenti avrete messo la proverbiale toppa peggiore del buco che doveva ricoprire. Pare che l’inno del Regno Unito, la celebre God Save The Queen, funzioni particolarmente bene.