Di Iva e di e-book.

foto via Flickr
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A scanso equivoci, chiariamo subito una cosa: che gli ebook debbano avere l’Iva più alta rispetto ai libri di carta è oggettivamente una stupidata. Per molti motivi, non necessariamente gli stessi delle anime belle e pensanti della serie un libro è un libro.

Però c’è da dire che quelle stesse anime belle sono riuscite a raggiungere il loro obiettivo: dal primo gennaio 2015, l’Iva sugli e-book in Italia è del 4%. Evviva. L’Italia (insieme a Francia e Lussemburgo, ma ci arriveremo dopo) ha finalmente preso una posizione forte, ha fatto la faccia brutta all’Europa e ha ottenuto una vittoria. (La faccia brutta era quella del ministro Franceschini, per cui immaginiamo i membri della Commissione Europea molto spaventati.)

Una buona vittoria, perché è una vittoria culturale.

E via la festa: l’Italia, dicevano quelli là, tiene alla cultura e abbassa l’Iva sugli e-book. Si è assistito ad un coro unanime di analisti che dicevano che un’era stava finendo. Nel dettaglio, l’era nella quale il prezzo degli e-book era troppo alto, tanto da avere uno scarto così minimo su quello dell’edizione cartacea da rendere quasi conveniente acquistare quest’ultima, che almeno potevi mettere in mostra in libreria.

Poi si è visto che il prezzo degli e-book è rimasto lo stesso, e quindi ogni mattina alle 8 e mezza si spulcia ancora la newsletter di Amazon con le offerte lampo del giorno, nella speranza di trovare un titolo che sia almeno decente — dopo un po’ di frequentazioni con quella newsletter ci si fa la bocca buona, ci si accontenta quasi di tutto, con la scusante che per un euro o poco più ce lo si può anche permettere. Ma perché il prezzo degli e-book è rimasto lo stesso? Perché, in verità, l’Iva anziché essersi abbassata si è alzata.

Prima di gennaio 2015 — ma nessun ministro o firmatario di appelli culturali ve lo dirà — si pagava l’Iva del paese dove aveva la residenza fiscale il venditore. Lo so che non bisogna semplificare, e che esistono tanti rivenditori, però poi va a finire che il mercato degli e-book è dominato da Amazon, e quindi lo si tira fuori sempre come esempio. Amazon, come sa bene chiunque si dia la pena di spulciare le ricevute di carta adesiva contenute nelle spedizioni, ha la residenza fiscale in Lussemburgo. Dove, a partire dal 2012, è stata introdotta l’Iva agevolata sugli e-book del 3%. Avete letto bene: in Italia, prima di gennaio 2015, si pagava l’Iva sugli e-book al 3%, non con l’aliquota agevolata del 4% introdotta di Franceschini con l’aiuto dei tipi di un libro è un libro.

Certo, le cose dal primo gennaio 2015 sarebbero cambiate. Per evitare che i colossi dell’hi-tech pagassero poche tasse, e le pagassero dove non facevano fatturato, una direttiva europea ha imposto il pagamento dell’Iva non sulla base della residenza fiscale del venditore, ma su quella dell’acquirente. Se Franceschini non avesse pensato di battagliare per abbassare l’Iva al 4% sugli e-book, sarebbe finita che avremmo pagato un’Iva del 22%.

Ripeto: ha fatto benissimo, al netto dei moralismi e dei culturismi, il ministro Franceschini ad intestarsi la battaglia. Solo che ora la solita Europa, ripresasi evidentemente dalla faccia cattiva fatta dall’Italia, ha deciso che no, non va bene per niente che i singoli paesi decidano di Iva agevolata su prodotti che non possono averla. E così Francia e Lussemburgo, gli altri due paesi che hanno fatto i birichini, previa sentenza della Corte di Giustizia europea non potranno più applicare l’Iva agevolata sugli e-book: non è in linea con le regole dell’Unione Europea. E le regole dell’Europa, come spiega Il Sole 24 Ore anche con un editoriale, per quanto «controintuitive» sono queste: il libro di carta non tiene conto della separazione tra contenuto e supporto, l’e-book sì. Perciò sono due tipologie di prodotti differenti, assoggettate ad aliquote diverse. Inoltre, ai servizi forniti per via elettronica non è possibile applicare aliquote agevolate.

Chi ne capisce dice che il prossimo paese ad essere colpito dalle ire dell’Europa sarà l’Italia. Non è ancora detto. Per il momento il provvedimento è operativo solo per Francia e Lussemburgo, e un’eventuale procedura di infrazione nei confronti dell’Italia non scatta in automatico solo perché l’Italia si è comportata come le altre due nazioni sanzionate. Però, a costo di fare la Cassandra, io ricordo di chi quest’estate diceva: va bene, abbassiamo l’Iva, ma troviamo una strada percorribile, altrimenti non potrà funzionare e ci esponiamo solo alle multe di Bruxelles. Abbiamo avuto la presidenza del semestre europeo a disposizione per provare a fare pressing sull’Europa e convincerla del fatto che un libro è un libro, a prescindere da quello che ne pensino i tipi di un libro è un libro. Un libro, insomma, si valuta anche per il contenuto, non solo per il mezzo mediante il quale il contenuto viene veicolato. Avremmo potuto fare una battaglia culturale seria, per eliminare una questione che non è meno assurda solo perché le regole dell’Europa non tengono conto di come avanza la tecnologia.

Invece ci siamo persi dietro la piazza, abbiamo considerato la questione ingiusta anziché assurda, e siamo andati avanti sulla nostra strada. Nella speranza che la cosa avrebbe funzionato, che in Italia l’Iva sugli e-book sarebbe rimasta del 4%, e che nessuno si sarebbe accorto del fatto che Franceschini si era messo a correre solo a direttiva europea già decisa, e dunque quando era chiaro a chiunque che senza una mossa, senza un colpo di scena, gli italiani avrebbero fatto l’ennesima figura da peracottari, pagando l’Iva sugli e-book al 22%.

Ma, hey!, sembra proprio che non stia funzionando.