Critica d’arte automatica

SUNgleam by Peter Phillips, 1968
SUNgleam by Peter Phillips, 1968

Laura C. Mallonee racconta di un esperimento che viene condotto quotidianamente sul Tumblr Novice Art Blogger: quali reazioni ha un computer davanti alle opere d’arte figurative e astratte provenienti dall’archivio digitalizzato della Tate? L’idea è venuta all’artista e informatico Matthew Plummer-Fernandez che, utilizzando dei particolari algoritmi (deep learning algorhitms), prova a far generare alle macchine le loro impressioni sulle opere d’arte.

Probabilmente le cose in futuro cambieranno per il meglio, ma per il momento scrive Mallonee che

a volte le risposte del computer sono affascinanti, quasi poetiche. Descrive una stampa in scala di grigi del 1979 di Brice Marden come «la foto di un muro che è bianco e nero ma anche una foto in bianco a e nero di un muro». Mentre Reclining Figure II (1966) di Frank Auerbach diventa «una panchina di legno vicino alla spiaggia decorata con della seta viola».
Ma per la maggior parte delle volte, le sue riflessioni sembrano provenire dal figlio dell’umorista Jack Handey o da un incapace studente di storia dell’arte. Secondo le sue analisi, le tre figure nella litografia del 1974 di Henry Moore Three Cloaked Figures I diventano «due elefanti vicino ad un muro». Del resto, il nostro ‘blogger’ senza esperienza sembra prediligere proprio gli elefanti, e crede che la serigrafia del 1979 di Menashe Kadishman raffigurante un gregge di pecore rappresenti «un mucchio di elefanti nel fiume… simile ad un area sabbiosa con un elefante fatto di sabbia».

Tutto questo pone degli interrogativi a Mallonee:

Anche se i computer reagissero all’arte in maniera emozionale, rimane il dubbio che questa li arricchisca così come arricchisce noi, il che ha implicazioni su quanto pieni di significato possano essere le loro opinioni artistiche. Gli amanti dell’arte spesso ritornano sullo stesso dipinto in modo ripetitivo lungo un certo periodo, arrivando ad avere una relazione più profonda con l’opera che alimenta la loro comprensione su di essa. Potranno mai le macchine avere un’esperienza simile? Forse no, ma possono comunque esserci utili per aumentare la nostra conoscenza della storia. Come ha fatto notare Selena Larson su The Daily Dot, gli informatici hanno usato i deep learning algorithms per scoprire inedite influenze di famosi artisti. Chissà cos’altro potranno scoprire con la tecnologia che crescendo si fa sempre più sofisticata. Fino ad allora, Novice Art Blogger offre un divertente diversivo dalla routine di tutti i giorni — un’innocua opportunità di prenderci un po’ gioco sia di noi stessi che del mondo dell’arte.

Il rigore di pallini e quadratini (una storia di musica e Bauhaus)

foto copyright Nitzan Hermon

Come è noto, ai nazisti non piaceva il movimento artistico Bauhaus — una scuola che metteva insieme arte, design e architettura operante in Germania tra il 1919 e il 1933 prima a Weimar, poi a Dessau e Berlino. Esperienza artistica fondamentale e alla quale guardarono gli interpreti del razionalismo e del funzionalismo, quando nel 1933 i nazisti ne decisero la chiusura molti dei suoi esponenti cercarono fortuna in altre nazioni. Josef Albers, che della scuola fu uno dei maggior esponenti nel campo delle arti visive, emigrò in America e insegnò per qualche anno al Black Mountain College — dove fu a capo del dipartimento d’arte — e anche alla prestigiosa università di Yale, dove fu a capo del dipartimento di design fino al 1958, quando smise di insegnare per dedicarsi interamente alla pittura.

Uno dei quadri della serie ‘Omaggio al quadrato’

Tra le sue opere più celebri c’è il ciclo Omaggio al quadrato, tra tutte forse quella che più rappresenta la sua ricerca condotta sulle forme geometriche e sugli effetti che queste — sovrapposte, posizionate di fianco — avevano sulla percezione. A proposito di Omaggio al quadrato, scriveva su Alfabeta2 Carlo Antonio Borghi:

Rigore artistico quasi ascetico nel colore dei Quadrati. Rigore ed essenzialità spartana, tanto francescana quanto tibetana. Ogni suo Quadrato potrebbe fungere da pianta quadrata per un giardino zen, dove tutto si può vedere anche se nulla c’è. Nulla si perde e tutto si trasfigura, anche il suo amato Giotto riquadrato nella Cappella degli Scrovegni. La sua materia preferita era il vetro per consistenza e trasparenza. I suoi quadrati sono vetrofanieottenute per stesure di colore sulla tela. Ognuno è una superficie mentale ed astrale, dove rigore e bellezza combaciano.

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Gli smartphone al museo.

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foto via Flickr

Si leva una voce contro l’utilizzo degli smartphone nei musei. Non tanto perché, come ovvio, frammentano l’esperienza della contemplazione facendoci osservare un’opera attraverso un piccolissimo schermo; piuttosto, perché sono un collettore formidabile di dati che potremmo anche non avere molta voglia di fornire. Scrive Leann Davis Alspaugh che gli smartphone ormai hanno sostituito le vecchie audioguide:

e ora i visitatori leggono o ascoltano tramite gli auricolari le guide scaricate sui loro telefoni. Ma proprio come ogni altra forma di accesso che lo smartphone ci permette, l’interazione e a due sensi. Dal momento in cui entri nel museo — se non da prima, quando acquisti online i biglietti — stai anche contribuendo a fornire i tuoi dati personali e le informazioni che ti riguardano ai nuovi dipartimenti “coinvolgimento” dei musei. Non sorprenderti dunque se, mentre ti soffermi davanti ad un quadro di Caravaggio, ti arriva sullo smartphone un buono per l’acquisto di un cappuccino.
Oltre a ciò che forniamo volontariamente navigando sui siti dei musei o compilando i questionari sull’esperienza della visita, i musei stanno imparando molte cose sulle nostre abitudini utilizzando un nuovo strumento digitale che serve a raccogliere i nostri dati: il digital beacon. Questi piccoli trasmettitori senza fili, ora installati anche al Los Angeles County Museum e al Guggenheim, per esempio, possono registrare quanto velocemente i visitatori dotati di smartphone si muovo attraverso le sale, o quali opere attraggono più persone. Gli sviluppatori polacchi dell’Estimote, un modello di digital beacon, considerano il loro prodotto un «computer molto piccolo», compatibile con i più diffusi smart device e ad alta efficienza energetica. La sua forma irregolare e la sua colorazione a tinte pastello rendono l’Estimote facilmente riconoscibile. Questi beacon funzionano tramite una combinazione di segnali Bluetooth e una memoria basata sul cloud.
Resisi improvvisamente conto del loro deficit di innovazione, i musei si sono ritrovati a dover assumere immediatamente analisti di dati e a mettere in piedi dipartimenti di IT per snocciolare numeri.

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L’artista come imprenditore creativo.

(foto: Javier Jaén per "l'Atlantic)
(foto: Javier Jaén per l’Atlantic)

Il ruolo dell’artista è cambiato nel corso degli anni, adeguandosi di volta in volta a quelli che erano i cambiamenti — più ampi — in atto nella società. Questo è quello che spiega, in un lungo saggio pubblicato sull’Atlantic, il critico letterario William Deresiewicz.
Lo svolgimento prevede la spiegazione di una tripartizione del ruolo dell’artista: artigiano, genio e produttore. L’aspetto artigianale e manifatturiero dell’artista è il punto di partenza:

Prima di pensare agli artisti come a dei geni, li abbiamo considerati degli artigiani. I due termini, non a caso, sono virtualmente identici. La stessa parola «arte» ha le sue radici nei significati di «unire» e «assemblare» — cioè, «fare» o «creare», in un senso che sopravvive ancora in espressioni come «l’arte di cucinare» e in termini come «ingegnoso» [«artful», nell’articolo originale – ndt], nel senso di «abile» nei lavori manuali [«crafty», nell’articolo originale – ndt]. Possiamo pensare a Bach come a un genio, anche se lui si riteneva più un artigiano, un creatore. Shakespeare non era un artista, bensì un poeta, una denotazione che ha radici in un’altra parola che sta per «fare». Era anche un «drammaturgo», un termine su cui val la pensa soffermarsi. Un drammaturgo non è qualcuno che scrive soggetti; è qualcuno che li fabbrica, come un fabbricatore di ruote o un carpentiere navale.

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Vasilij Kandinsky, uno splendido 148enne…

Yellow-Red-Blue by Wassily Kandinsky

… e Jonathan Jones sul Guardian gli dedica un ritratto (con citazione del doodle che Google gli ha invece dedicato per l’intera giornata):

La cosa che affascina di Wassily Kandinsky, il cui 148esimo compleanno gli è valso un doodle da parte di Google, è come in modo serio e con cura è evoluto dall’arte figurativa a quella astratta. Kandinsky non è diventato un pittore astratto con facilità. Ha raggiunto l’astrazione in maniera faticosa e ragionata, ciò che ha dato alla sua arte grande autorità. Come le sinfonie, anche i grandi quadri astratti di Kandinsky parlano direttamente ai nostri sensi e ai nostri sentimenti. Il loro insieme di segni misteriosi sono come onde sonore che sollecitano le emozioni. Per lui, il mondo che questi segni puntavano era un campo spirituale, una verità nascosta.

E ancora:

C’è una vera grandezza dietro il suo concetto di pittura, e un senso di verità. Qualunque cosa noi pensiamo delle sue convinzioni spirituali, il risultato è un’arte che insieme puramente astratta e chiaramente radicata in un profondo sentire la natura delle cose. Un profondo, paradossale e ricco risultato quello da lui raggiunto. Kandinsky intuisce la complessità cosmica della fisica moderna. La sua arte può affiancarsi alle odierne immagini della fabbrica dell’universo.
Nulla di tutto questo fa di Kandinsky un artista facile. Ma fa di lui un grande artista.

Jones cita le sinfonie come termine di paragone per l’arte di Kandinsky. E sul Daily Telegraph Ossian Ward approfondisce questo aspetto musicale, citando un fenomeno cui spesso il pittore è stato accostato: la sinestesia. Non ci sono certezze che Kandinsky ne fosse affetto — per quanto si possa parlare di «affezione» in questo caso. Scrive Ward:

Si crede che Kandinsky fosse affetto da sinestesia, un fenomeno innocuo che permette ad una persona di apprezzare suoni, colori o parole con due o più sensi contemporaneamente. Nel suo caso, i colori e i segni dipinti gli facevano venire in mente particolari suoni o note — e vice versa. La capacità involontaria di sentire i colori, vedere la musica o addirittura assaporare le parole sono il risultato di uno strano incrocio nel cervello (c’entra il genoma X) riscontrabile in una persona su 2 mila, e in molte più donne che uomini.

Un breve ritratto sul quotidiano britannico The Independent ripercorre la biografia dell’artista. Vasilij Kandinsky nacque a Mosca il 16 dicembre 1866. La sua carriera di pittore iniziò solo all’età di trent’anni, dopo aver realizzato il desiderio della sua famiglia di conseguire una laurea in Economia. Nel 1896, dopo aver insegnato per qualche anno all’Università di Dorpat, tentò la strada dell’arte iscrivendosi all’Università d’Arte di Monaco. Tornò a Mosca all’esplosione della Prima Guerra Mondiale, ma non simpatizzò mai con le teorie comuniste sull’arte. Nel 1921 fece ritorno in Germania, dove insegnò alla scuola del movimento Bauhaus dal 1922 fino alla chiusura, per mano del regime nazista, nel 1933. Nel corso della sua carriera attraversò, rimanendone influenzato, molte correnti artistiche: l’impressionismo, il puntillismo, la scuola Bauhaus e l’espressionismo astratto. Ma fu solo dopo essersi trasferito in Francia che produsse alcune tra le sue opere più conosciute. Morì a Neuilly-sur-Seine il 13 dicembre 1944. Sotto il nazismo alcune sue opere furono sottratte durante un raid alla scuola d’arte del movimento Bauhaus e successivamente esposte, nel 1937, nell’ambito di una mostra sponsorizzata dal regime “Arte degenerata”, prima di essere distrutte per sempre.

(immagine: Yellow-Red-Blue, 1925 – © Burstein Collection/CORBIS)

La fotografia è arte?

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Jonathan Jones, il supercritico d’arte del Guardian, va giù abbastanza pesante sul rapporto tra arte e fotografia, mettendo subito le cose in chiaro:

Photography is not an art. It is a technology. We have no excuse to ignore this obvious fact in the age of digital cameras, when the most beguiling high-definition images and effects are available to millions. My iPad can take panoramic views that are gorgeous to look at. Does that make me an artist? No, it just makes my tablet one hell of a device.

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Da quando l’arte è diventata conservatrice?

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Jerry Saltz su Vulture riflette sulla tendenza che si sta verificando, nel mondo dell’arte, all’auto-censura e al politicamente corretto:

Flexibility is life, but lately I keep thinking that the art world has gotten a lot less flexible, and the freedom that I’ve always thought of as completely foundational — freedom to let our freak flags fly and express ourselves, even bizarrely — has constricted considerably. And it’s happening at such mutated and extreme rates that we must ask if the art world is not now one of the more self-policing areas of contemporary culture. How did we come to live in an insular tribal sphere where unwritten rules and rigid moralities — about whom to like and dislike, what is permissible to say and what must remain unsaid — are strictly enforced via social media and online disapproval, much of it anonymous? When did this band of gypsies and relentless radicals get so conservative?

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David Hockney ci parla dell’iPad.

David Hockney è il protagonista di una lunga feature sull’Observer, l’edizione domenicale del Guardian. Alla fine del ritratto risponde alle domande che alcuni lettori del quotidiano, e alcuni suoi colleghi artisti, gli hanno posto. In particolare è interessante la risposta che dà a Yinka Shonibare, che gli chiede la differenza tra il disegnare su carta e il disegnare su iPad— una tecnica, quest’ultima, che Hockney ha percorso molto negli ultimi anni, mostrando una sensibilità artistica e una curiosità intellettuali fuori dal comune per uno della sua età:

How is drawing different using the iPad? Does drawing with the iPad give you the same feeling as drawing on paper?

Well, no it doesn’t, because you are drawing on a sheet of glass. But on an iPad you can draw for ever and you can’t on a sheet of paper. And on an iPad you draw a bit differently, but that’s all you do. Drawing is 50,000 years old, isn’t it? I think it comes from very deep within us actually. When all those people in the 1970s were trying to give up drawing, I did go and see them and they said: “Oh, you don’t need to draw now.” And I did point out: “Well, why don’t you tell that to that little child there? Tell them you don’t need to draw and see what happens.” Young people draw, they start making marks, everybody does.

Cosa e perché l’outsider art?

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Julian Martin, untitled 2011

Fiona Gruber spiega molto bene cosa sia l’outsider art e perché il mainstream, dopo averla accettata, ora la celebra con una conferenza e una mostra.

Outsider art was a term coined in 1972 by British art historian Roger Cardinal. It was a roughly equivalent but more inclusive coinage for art brut (raw art), a 1940s label by Jean Dubuffet for work by inmates of insane asylums, which the French artist described as “unscathed by artistic culture … and the conventions of classical or fashionable art”.

Today, as well as including artists with disabilities or mental illness, the term is increasingly applied to others on the margins of art and society: the homeless, ethnic minorities, migrants, folk artists, the self-taught. Outsider art is hot – art fairs dedicated to the work of the marginalised draw large crowds and big bucks. The flagship exhibition of Massimiliano Gioni’s 2013 Venice Biennale was entitled The Encyclopedic Palace after the work of self-taught Italian outsider artist Marino Auriti.

But while examples of creativity unscathed by artistic fashion can be exhilarating and inspiring for artists and collectors, it’s a salient feature of most outsider art that the people applying the label are invariably on the inside – gallerists, academics, psychologists and artists who are art-school or university trained.