Abbiamo detto di essere Charlie, ma non abbiamo capito perché.

La vignetta pubblicata da Charlie Hebdo, in cui le vittime del terremoto che ha devastato il Centro Italia sono raffigurate come specialità culinarie delle quali la lasagna col ripieno di corpi e gli strati di cemento sbriciolato rappresenta il culmine delle portate – e della risata –, è una vignetta dissacrante e di cattivo gusto, nel solco della tradizione della dissacrazione e del cattivo gusto che da sempre contraddistinguono l’operato di Charlie Hebdo. Solo chi non ha mai incrociato il settimanale satirico francese e basa i suoi giudizi per lo più sul sentito dire, può oggi stupirsi.

Intorno a questa vignetta si è scatenato un dibattito che, come è prassi da quando sono stati chiusi i bar sport di paese, si è riverberato soprattutto sui social network. Il dibattito, come prevedibile, ruota anche intorno al fatto che Charlie Hebdo è il giornale che ha subìto un terribile e vergognoso attacco da parte del terrorismo di matrice islamica, sempre per via della pubblicazione di vignette che hanno scatenato l’ira di chi di solito risolve le cose staccandoti la testa dal resto del corpo o facendosi saltare per aria in mezzo alle persone. Quando il 7 gennaio 2015 successe tutto questo, in moltissimi – soprattutto tra chi ora dibatte – avevano ripetuto a gran voce che loro «erano Charlie Hebdo». Lo avevano gridato e scritto in ogni dove, immedesimandosi nelle motivazioni della vittima e condannando duramente quelle del carnefice. Una reazione comprensibile, anche quando non era ragionata ma si manifestava in molte più come un tic per emulazione; e una reazione doverosa, per presa di posizione nei confronti del più debole, certo, ma anche perché nessuno riconosceva come canone della cultura occidentale quello di rispondere alla satira con un commando armato che decimasse la redazione di un giornale, né pensava fosse giusto mettere un bavaglio di sangue alle parole degli altri, quand’anche queste fossero giudicate parole eccessive. Nel dibattito di queste ore, l’opinione più diffusa è che, siccome la vignetta schifosa ora riguarda noi italiani, tutti quelli che prima erano Charlie lo erano col culo degli altri, perché così è tutto più facile. Ecco, questo dibattito e le argomentazioni che lo sostengono, sono il dito.

Quanto alla luna, ci fosse stato qualcuno che – al di là della legittima opinione più o meno tollerante sul gusto di una brutta vignetta – avesse detto che essere Charlie Hebdo non significava allora , e non significa oggi, condividere il contenuto di quanto il giornale pubblica, né dare aprioristicamente un giudizio positivo sul suo operato; significa invece volere – fortissimamente volere – che quell’operato prosegua, a prescindere dal contenuto, perché dobbiamo essere in grado di avere un senso estetico e un criterio di giudizio che ci permettano di dire che un disegno è brutto e offensivo, ma non possiamo permetterci che nessuno disegni più cose oscene. Dobbiamo mantenere due libertà: quella di poter andare in edicola a comprare un contenuto osceno e offensivo, e quella – altrettanto importante – di poterci rifiutare di acquistarlo.

Detto meglio, a favore di chi prosegue nel dibattito: la luna sarebbe il fatto che, ad oggi, non risultano minacce da parte del popolo italiano ai redattori di Charlie Hebdo, né tentativi di irruzione nella sua sede.

Cos’è Charlie Hebdo – il ricordo di un lettore

In queste ore ovunque si sta cercando di spiegare cosa sia Charlie Hebdo, il mensile satirico francese finito oggi sotto attacco del terrorismo di matrice islamica. In tutte le cose che si sono lette — molte, quasi tutte, molto belle e complete — mancava però lo sguardo distaccato; non per pigrizia intellettuale, ma perché la maggior parte dei ricordi erano stati scritti da giornalisti.

Per questo, fra i tanti ricordi, mi è piaciuta molto questo, preso da una una mail che un lettore ha inviato ad Andrew Sullivan:

Charlie Hebdo is an institution. Its humor was always very corrosive and harsh. The writers and illustrators have been active in one form or another since the late ’60s, making fun of everybody and angering everybody since then.

Its first incarnation, aptly called “Hara-Kiri” was the most scandalous weekly magazine you could find.

The week after the General de Gaulle died, they came out with the title: “Tragic ball at Colombey: one dead.” (Colombey-Les-Deux-Eglises was the village where the General’s private residence was located). After the scandal, they were forbidden to print and had to start another weekly under a new name.
Charlie was always committed to intellectual anarchism, virulently anti-clerical and anti-religion and resolutely left wing. But always in a hilarious manner. There is no 40-year-old French person of all political persuasion who has not read and laughed along with Charlie’s weekly delivery of caricatures.

E ancora:

If it turns out to be the doing of an Islamist cell, this is almost like France’s 9/11. On a much smaller scale, but France is a much smaller country. To assassinate the comedians and the satirists is as big, if not bigger thing. It is a direct impact on France’s most cherished cultural trait: the active, public, vocal disrespect and skepticism towards any form of authority, political or religious.

I am crestfallen and scared. This is a very dark moment.

Mentre tra tutti i tributi dei vignettisti, il migliore è in questo caso quello che sta girando di più:

Quanto è successo oggi rimarrà nella storia. Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro. Se non, forse, che ora — per aggiungere barbarie a barbarie — ci toccherà anche assistere alla voce della stupidità: quelli che diranno che se la sono cercata.