He could have been hero.

Non vorrei che questa diventasse la settimana celebrativa di David Bowie, visto anche quanto mi è capitato di scrivere in passato. Solo che poi, a volte, le cose tendono a cambiare e ci vuole un niente per diventare dei venerati maestri (arbasinianamente parlando) dopo essere stati, agli occhi di chi scrive, e delle giovani promesse e dei soliti stronzi. Sta di fatto che oggi mi sono imbattuto in quanto ha scritto Biba Kopf, l’alter ego del critico musicale Chris Bohn, recensendo su The Wire il libro Heroes: David Bowie and Berlin di Tobias Rüther. Nel testo si vorrebbe analizzare criticamente il rapporto del cantante con la capitale tedesca all’epoca della celebre trilogia berlinese. Cioè tre dischi — Low, “Heroes” e Lodger — considerati dai più come uno degli apici creativi di Bowie (molto spesso l’apice creativo, l’unico) e sicuramente come gli album dove sono contenute più tracce d’avanguardia — ma, attenzione con le etichette, avverte Bohn smessi i panni di Kopf e ripresi quelli del direttore di Wire a proposito di un disco come Low:

le affermazioni fatti sul suo essere un disco di avanguardia possono essere comprese solo nel contesto del pop nel quale uscì, o pensando alle facce imbiancate dei responsabili marketing dell’etichetta che dovevano provare a vendere una collezione di alienanti ed elettroniche canzoni pop d’autore quando speravano piuttosto in un sequel del best seller del 1975 Station To Station.

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La Varsavia di David Bowie e Brian Eno.

Dei dischi che compongono la celebre «trilogia berlinese» di David Bowie, Low è quello dal maggior impatto musicale. La sua genesi è particolarmente famosa: registrato a Berlino nel 1976 e pubblicato nel gennaio dell’anno dopo, buona parte del materiale che lo compone proviene da quello che Bowie aveva scritto per la colonna sonora del film L’uomo che cadde sulla terra. Non essendo riuscito a terminare per tempo le musiche commissionategli dalla casa di produzione, Bowie penso di recuperare quella che aveva tutta l’aria di essere della buona musica per il suo nuovo lavoro.

La svolta venne con l’arrivo in studio di Brian Eno (i due si erano conosciuti, e scambiati affettuosità musicali, tempo prima), il quale non solo diede una mano a Bowie con la scrittura del disco, ma coinvolse anche tutti gli altri musicisti nel metodo di aiuto alla composizione da lui ideato (e già testato su altri dischi): le carte delle strategie oblique. Il resto è storia, per altro ben raccontata da Hugo Wilcken nell’omonimo libro della collana 33 1/3 (qui in italiano).

Tra i brani più enigmatici del disco c’è Warszawa, sorta di pezzo che si pone come crocevia tra la musica ambient e il krautrock, il cui testo è composto esclusivamente da suoni onomatopeici non riconducibili alla terminologia di alcuna lingua.

Il team di produttori Brothers McLeod ha realizzato un video animato che ricostruisce (in maniera molto accurata sebbene non lo sembri affatto) la genesi del brano, in una triangolazione tra David Bowie, Brian Eno e il produttore del disco, Tony Visconti.