Le lettere si firmavano, altroché.

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C’è stato un periodo in cui m’infastidivano persino le e-mail delle persone più vicine — un genitore, un amico, persino la mia ragazza. Non che m’infastidissero le e-mail in sé, quanto piuttosto la sciatteria con cui erano scritte. Siccome chi le inviava pensava rientrasserro nell’ambito di una comunicazione informale e confidenziale, si aspettava che accettassi tutte le licenze più o meno poetiche. Nessun «ciao» in apertura, e nemmeno un «ciao»-a capo: aprivi la mail e letto l’oggetto — quando si degnava di mettere l’oggetto — eri catapultato direttamente al cuore del messaggio. Una formula di cortesia in chiusura di e-mail? Quasi mai pervenuta.

Tutto ciò mi infastidisce ancora, se ci penso bene. Solo che ho trovato cose che mi infastidiscono ancora di più in grado di farmi dimenticare questo fastidio. A fastidio, fastidio e mezzo. E (forse) ho risolto la cosa.

Capisco che sia un problema solo mio. E che sia un problema doppio: oltre a pretendere un certo grado di formalità anche nelle e-mail personali e confidenziali, mi applico ad offrire lo stesso a chiunque stia scrivendo, adeguando di volta in volta il tono a seconda della formalità richiesta, ma mai rinunciando ad un saluto in apertura e ad un ringraziamento in chiusura. Lo stesso capita anche con le mail di lavoro. Anche lì però col tempo mi sono abituato: offro cortesia a chiunque, ma dagli italiani non me l’aspetto più. Non ne faccio una questione antropologica o esterofila. Non sono qui per dire che noi italiani siamo pecoroni e maleducati mentre all’estero sono tutti dei gentiluomini. Non troverete mai nessuna facileria da queste parti. Perché non è vera né l’una né l’altra cosa. E se c’è un’alta probabilità che una e-mail ricevuta da un italiano non abbia un’apertura e una chiusura degne di questo nome, non è altrettanto probabile che quelle spedite da un inglese, da un americano, da un francese, da un finlandese o da un tedesco siano sempre educate e con tutte le formule al loro posto.

Ma questo problema dell’educazione nello scrivere le e-mail rimane, soprattutto in quelli che lo vivono male come me. Mi è sempre stato detto, ad esempio, che gli inglesi sono tendenzialmente permalosi e che quindi è buona norma mettere un ringraziamento in chiusura. Un «Thank you.» o anche un più semplice «Many thanks.» (o, talvolta, solo «Thanks.») possono bastare. Se proprio si vuole essere formali, «Best regards.» o «Kind regards.» vanno benissimo. Al contrario, se siamo in un ambito informale, basta chiudere con un «Cheers.», che è formula che va bene un po’ per tutto. Con gli americani valgono le stesse regole: hanno un buon grado di educazione che però spesso fa loro dimenticare di salutare in apertura — ma mai di non salutare o ringraziare in chiusura. Anche con i tedeschi, i finlandesi, i francesi o chiunque altro il discorso non cambia: le e-mail che ci scambiamo sono in inglese, e le formule di chiusura e saluto sono le stesse — evito però il «Cheers.», che uso solo ed esclusivamente con gli inglesi.

Ogni tanto — e qui prende senso tutto il cappello iniziale — mi capita di chiudere una e-mail solo con «Best.». Una formula che mi è sempre sembrata un saluto a metà, mai portato a compimento. Però alla milionesima e-mail ricevuta che si chiudeva con «Best.» mi sono in qualche modo adeguato e ogni tanto cado in questa brutta tentazione. Del dilagare del «Best.» si è occupata anche Rebecca Greenfield, ed è arrivata ad una conclusione piuttosto tranciante. Scrive su Bloomberg che utilizziamo le e-mail nel modo sbagliato e, soprattutto, le concludiamo male: con tutte queste formule di apertura e di chiusura è come se ad ogni e-mail ricevuta volessimo porre un punto definitivo, quando invece le dinamiche della comunicazione hanno trasformato i messaggi di posta elettronica in elementi di un discorso continuo, come fossero pezzi di una chat su Whatsapp o messaggi su un canale di Slack. E tra tutte le formule per concludere una e-mail, la più insulsta è proprio «Best.». E conviene non metterla del tutto:

Don’t sign off at all. With the rise of Slack and other office chatting software, e-mail has begun functioning more like instant messaging anyway. In conversations with people we know, complimentary closings have started to disappear. Tacking a «best» onto the end of an e-mail can read as archaic, like a mom-style voice mail. Signoffs interrupt the flow of a conversation, anyway, and that’s what e-mail is. “When you put the closing, it feels disingenuous or self-conscious each time,” Danzico argues. “It’s not reflective of the normal way we have conversation.” She ends all her e-mails, including professional ones, with the period on the last sentence—no signoff, no name, just a blank white screen. #

Una soluzione del genere, a questo punto, sarebbe l’ideale anche per me. Se solo non avessi quell’idiosincrasia che mi porta a giudicare — male, lo ammetto — una persona che non apre e non chiude le e-mail così come andrebbero aperte e chiuse.