La rivincita delle riviste di moda.

foto via The Aestate
foto via The Aestate

Nel 1911 sull’Atlantic apparve un articolo anonimo nel quale la giornalista — che sia donna è una supposizione dovuta all’argomento trattato — raccontava con toni non esattamente di elogio il mondo delle riviste di moda, ree a suo dire di «rappresentare un tipo ideale di persona più simile ai manichini delle vetrine che ad un personaggio dotato di caratteristiche individuali».

Oggi, a distanza di centoquattro anni, lo stesso magazine fa un passo indietro e riconosce, nella penna di Tanya Basu, l’importanza di queste riviste. E lo fa in un’ottica diametralmente opposta rispetto alla critica mossa un secolo prima: scrive l’Atlantic che le riviste di moda hanno importanza anche come guida del movimento femminista del Ventunesimo secolo:

Le riviste di moda hanno messo in luce i problemi della società che spesso sono stati ignorati dai media mainstream, fossero esse le condizioni lavorative delle madri in giro per il mondo o le discrepanze di salario tra le donne e gli uomini. In un certo senso, sono diventate la guida del movimento femminista del Ventunesimo secolo. Mentre il nostro autore nel 1911 disprezzava l’impotenza delle donne così come era rappresentata dalle riviste di moda del tempo, oggi questi magazine provano a far sì che le donne che mostrano non siano semplici appendiabiti ma persone di carattere, coraggio e ambizione.

Traslochi di carta.

Dopo quindici anni il New Yorker ha abbandonato i suoi uffici al 4 di Times Square per raggiungere il resto della Condé Nast nel nuovo One World Trade Center. Nick Paumgarten, giornalista del magazine, ha raccontato in un lungo articolo cosa ha voluto dire spostare un’istituzione come il New Yorker e chi ci lavora da un indirizzo all’altro:

La copertina del New Yorker che celebrava il trasloco, disegnata dall'artista canadese Bruce McCall.
La copertina del New Yorker che celebra il trasloco (numero del 2 febbraio 2015), disegnata dall’artista canadese Bruce McCall.

Francamente, la parte più difficile è stata prepararsi al trasloco. Poiché allo staff era stato detto di spostarsi con poca roba, per settimane abbiamo liberato gli uffici dai detriti accumulati negli anni. Alcuni è stato facile abbandonarli: qua e là saltavano fuori una bottiglietta di liquore esotico (qualcuno è interessato ad una boccetta di gin alla banana dell’Uganda?) o scatole di gadget promozionali. Quanta roba avevamo in giro! Ma soprattutto carta, intere foreste di carta. Migliaia di migliaia di libri abbandonati, alcuni accumulati per l’appeal della novità, o per un nascente interesse, o per lavori precedenti, o per lealtà (o senso di colpa) verso scrittori amici — un «accumulo di intenzioni», come ha detto un nostro conoscente — sono stati donati a enti come l’Housing Works. Molti altri libri in ottimo stato sono stati lasciati al loro destino, come fossero tanti cani randagi mai reclamati (pensiero poco commerciale: un negozio di libri usati chiamato Perfectly Good Books).
Nel mentre, arrivavano cestini vuoti che ripartivano con i rifiuti usciti dagli armadi e dai cassetti pieni di trascrizioni delle interviste, stampe, bozze, posta dai fan, lettere di odio, ricevute di spese, gadget collegiali e fotocopie di volti di bambini ormai cresciuti schiacciati contro il vetro della fotocopiatrice. Sembrava quasi di passare in rassegna le cose di una persona cara dopo che è morta, eccetto per il fatto che i morti in questo caso eravate voi. Cosa valeva la pena di salvare? Non molto, una volta entrati nello spirito del “senza carta”. Le uniche cose che vale la pena tenere sono le cose da fare dopo.

I giornali digitali.

Il portariviste dell'era moderna - foto via Flickr
Il portariviste dell’era moderna – foto via Flickr

Edicola Italiana è la nuova piattaforma digitale frutto dell’accordo tra i maggiori gruppi editoriali italiani (La Stampa, 24 Ore, Caltagirone, Espresso, Rcs e Mondadori) e la start-up Premium Store. L’obiettivo è quello di poter leggere, pagando un prezzo fisso mensile che varia da 9,99 a 14,99 euro, tutti i periodici in essa presenti. O di gestire, con un unico profilo, l’abbonamento digitale a diversi quotidiani italiani. Non si tratta però di un vero e proprio “all you can read”, come viene pubblicizzato in questi giorni, visto che la modalità buffet è al momento disponibile soltanto — ai prezzi visti sopra — per i periodici settimanali e mensili, ma non per i quotidiani — ai quali è possibile comunque abbonarsi gestendo il tutto con un unico profilo.

Di servizi simili ne esistono già in altri paesi. Negli Stati Uniti i due più grandi sono Next Issue e Magzter, prontamente ribattezzati i «Netflix dei giornali» perché funzionano concettualmente come Netflix per i film (o Spotify per la musica). E in questi giorni si fa un gran parlare di queste piattaforme proprio per lo scarso successo che hanno riscontrato presso il pubblico dei lettori. Scrive sull’Atlantic Derek Thompson che, a differenza di quanto succede proprio con Netflix o Spotify, queste piattaforme non offrono un accesso diretto ad un contenuto; piuttosto offrono l’accesso ad un’app. Ma se la stampa cartacea gode ancora di una circolazione piuttosto ampia — riviste come National Geographic, Sports Illustrated, Time e Cosmopolitan raggiungono i 3 milioni di lettori — il problema è che sono molti di meno quelli che pagano per l’app. Scrive Thompson che «non c’è un magazine negli Stati Uniti che raggiunge i 300 mila abbonati» nella versione digitale. I dati parlano chiaro: la stampa digitale ha volumi dalle 10 alle 100 volte inferiori rispetto alla stampa tradizionale, se si considerano solo quei casi in cui l’abbonamento è sottoscritto digital-only, non quando la versione digitale è data gratuitamente (o con un piccolissimo costo extra) agli abbonati del cartaceo.

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La crisi dei giornali quella volta là.

Chris Heller mette la didascalia a questo video, pubblicato sul sito dell’Atlantic, che racconta la crisi dei quotidiani nel 1945:

Months before World War II would end, a labor battle led New York City’s delivery workers to picket lines. Newspaper circulation quickly plummeted. This fascinating archival report describes how readers tried to circumvent the strike, and how many scrambled to embrace radio as an alternative. Then-Mayor La Guardia is even shown reading the funny pages on air!

The film is far from an unbiased report about the strike—it was produced by a newspaper, after all—but it’s nonetheless a fascinating glimpse at a bygone era of American media. The closing narration, a triumphant speech about the end of the strike, reveals just how dominant papers were: “Once again, dramatic truth has be given that no other medium can take the place of newspapers in the lives of the people.”

Le virtù della Settimana Enigmistica

In un vecchio articolo pubblicato sul Venerdì di Repubblica, e ripreso dal Foglio rosa [27.10.2014, p. II] Marco Cicala racconta di una sua visita alla redazione de La Settimana Enigmistica e dell’incontro con il suo vice-direttore Alessandro Bartezzaghi, concludendo che il popolare settimanale enigmistico

è un paradiso tolemaico, rassicurante, protettivo, permeabile al nuovo solo in dosi contenute e con estrema calma. Un posto dalle regole chiare, dove nessuno bara al gioco. Universo ordinato, chiamatelo pure piccolo-borghese, dove le segretarie battono ancora a macchina e i naufraghi si ritrovano sempre su uno scoglio mono-palma; dove i ladri girano con piede di porco e mascherina; le mogli si lamentano dei mariti panciuti davanti alla tv e sulla spiaggia i mariti ritirano la pancia vedendo passare una bella ragazza in bikini. A chi accusava i cruciverba di essere uno strumento di repressione, conservatorismo, cieca obbedienza alle convenzioni vigenti l’enigmista Giampaolo Dossena replicava: «Sono favorevole al nozionismo delle parole incrociate, perché la base della cultura è la passione per le nozioni inutili». Magari è anche per questo che facciamo i cruciverba un po’ alla chetichella. Perché ci secca di essere colti in flagrante delitto di inutilità. La beata solitudo del solutore.

Il Libro di Gian Arturo Ferrari

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Gian Arturo Ferrari, già direttore della divisione editoriale della Mondadori e già «l’uomo più potente dell’editoria italiana», come ebbe a definirlo la giornalista Caterina Soffici qualche anno fa, ha recentemente pubblicato per Bollati Boringhieri un libretto semplicemente intitolato Libro. Nelle 215 pagine della sua lunghezza, vi è contenuto un atto d’amore nei confronti non solo del libro, ma della stampa in generale e di tutte le sue evoluzioni. Per Ferrari il libro è il prodotto contenente un testo, forse il vero e unico oggetto d’interesse del nostro. E il testo ha attraversato tre grandi fasi, qui ben raccontate: il manoscritto, la stampa (e la stampa industriale) e il digitale.

Ho letto il libro sottolineando avidamente, come mi capita quando leggo qualcosa di interessante scritta in modo interessante. Qui sotto, in ordine abbastanza cronologico di apparizione, alcune citazioni degne di interesse.

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E poi leggiamo gli oroscopi

Matthew Ingram su Gigaom scrive un articolo in risposta a quello di David Sessions su Patrol. Entrambi discutono dello stato del giornalismo ai tempi nostri. Tra i due, la tesi disfattista è portata avanti da Sessions. Il quale scrive che il giornalismo serio e i bei pezzi ai tempi di internet

non sono scomparsi, ma si sono mischiati in modo indifferenziato a una moltitudine di ‘contenuti’ cinici, inutili, noiosi e che fanno perdere tempo, molti dei quali difficilmente possono essere considerati scritti. Il New York Times e ViralNova ci sembrano la stessa cosa nella timeline di Facebook. Come risultato, il giornalismo che una volta aveva una certa considerazione estetica di sé, anche online, ora ci sembra non avere altra scelta che scimmiottare i contenuti cosiddetti «advertising-driven».

Qui il riferimento è fin troppo evidente non tanto ai contenuti in sé, quanto piuttosto al modo con il quale questi contenuti vengono promossi. Il fenomeno è quello del click-baiting: condivisioni e annunci (spesso sponsorizzati) che hanno come unico obiettivo quello di veicolare il potenziale lettore sul mezzo attraverso un sensazionalismo quasi ingannevole . Chiunque abbia frequentazione con i social network vede apparire più volte all’ora annunci che funzionano da esca: facendo intravedere chissà quale notizia dietro al link, invitano il potenziale lettore a cliccare per portarlo nella stra-grande maggioranza dei casi a siti con liste, o con notizie che notizie non lo sono. L’importante è raggiungere l’obbiettivo: aumentare le visite. E vedremo se la battaglia intrapresa da Facebook contro questi post darà i suoi frutti. Continua Sessions:

se una volta il paesaggio dei media in rete era popolato da testate che avevano stili, modelli di traffico e linee editoriali uniche, ora queste hanno oltrepassato il loro obiettivo e sono diventate ciascuna una differente versione della stessa cosa: tutti devono occuparsi di tutto, a prescindere che riescano o meno ad aggiungere valore ad una storia, e devono gridare al lettore per riuscire a rimanere in piedi e non essere travolti dalla valanga di ‘contenuti’ che sgorga all’interno dei nostri feed.

L’argomento ha una sua consistenza. Non sto qui a fare un’analisi dello stato del giornalismo su internet perché non credo di averne le competenze necessarie; altri — compresi i due articoli che qui si stanno citando — lo hanno fatto (e altri ancora lo faranno) meglio di me. Però è innegabile che, al giorno d’oggi, non solo i siti che fanno content curation devono cercare di guidare il lettore nel mare-magnum di informazioni non-informazioni e di storie-non storie (e, possibilmente, devono farlo senza ingannare: leggi i click-bait di cui sopra); ma anche i lettori stessi, nell’orientarsi verso questo o quell’altro curatore di contenuti, devono di fatto effettuare una scelta, devono fare una selezione e avere gli strumenti per capire cosa è giornalismo da cosa no.

Val la pena spendere due parole anche sulla risposta di Ingram — che per contro è una visione ottimista della questione. Scrive Ingram che il giornalismo tradizionale, indicato per semplificare con la cara e vecchia carta stampata, è sempre stato un mix di differenti contenuti. E che a fianco degli articoli seri, dei reportage, delle storie ben scritte e delle notizie ben date, vivevano anche contenuti inutili e che facevano perdere tempo al lettore — per citare il pezzo di Sessions. Insomma

criticare BuzzFeed perché pubblica liste — o Vice perché racconta la pop culture, o Gawker perché gossip, o Vox perché ha pubblicato un elenco di domande-risposte per spiegare Gwyneth Paltrow — è come osservare un giornale cartaceo e lamentarsi degli oroscopi, delle advice column e dei fumetti. Dov’è tutto questo grande giornalismo? La realtà è che le storie investigative e i grandi scoop dei giornali cartacei che tutti si ricordano solo sono una frazione di una percentuale del totale dei contenuti. È così da sempre.

Vero. Inutile fare di tutta l’erba un fascio, o lamentarsi di come si sta ora rimpiangendo i cari e vecchi tempi. Il giornalismo di qualità, le belle storie, l’ottima cura dei contenuti esistono in rete e i casi sono molti. Però è anche vero che quotidianamente si perde tempo a districarsi tra chi promette di svelare l’impossibile o cerca a tutti i costi di aggiungere un click al suo contatore prospettando la più grande scoperta del secolo — deludendo puntualmente.
Che anche la carta sia piena di articoli-spazzatura non è, infine, un buon motivo per accettarli anche in rete. Posto che per qualcuno gli oroscopi possano essere più interessanti della cronaca politica, o di un reportage dall’Iraq — sembra impossibile, ma probabilmente è così —, io credo che questa invasione di «contenuti che fanno perdere tempo» lamentata da Sessions possa anche essere un ultimo disperato treno che il giornalismo tradizionale non può permettersi di perdere: quello per acquistare valore rispetto alla rete. Internet è pieno di contenuti inutili? Noi allora offriamo contenuti utili. Intelligenti. Ben fatti. Ma come la carta possa sopravvivere ai tempi del tutto e subito internettiano — che non sono arrivati oggi, e nemmeno ieri — è un tutt’altro argomento.

Quanto agli inganni promossi dal giornalismo tradizionale. Gli oroscopi e il gossip sono pubblicati in quasi tutti i grandi giornali del mondo, spesso e soprattutto anche in quelli più insospettabili: chiunque si sia voluto fare del male nelle settimane agostane acquistando pacchi di quotidiani italiani se ne sarà reso conto. Nessuna di queste testate, però, ha (ancora) strillato al lettore in prima pagina: «Caro Vergine, acquista una copia e ti diremo se morirai oggi».

Arrivati al dunque.

Che sia un affezionato del Foglio è noto a chiunque, da queste parti. Cosa meno nota, forse, è che sono anche affezionato all’estemporaneità nei giornali quotidiani. Mi piace, cioè, quando un giornale pubblica articoli belli soprattutto da leggere; e soprattutto slegati da qualunque tipo di attualità. Articoli che parlano ai lettori e anche un po’ a chi li scrive, per non farci smentire l’accusa spesso mossa — seppur qualche volta a ragione — al mondo dei giornali, e a quello dei giornali d’opinione in particolare.

Se poi questi articoli sono seriali, meglio ancora. E il Foglio, il Foglio dei mesi estivi, negli anni ha abituato i suoi lettori a questo tipo di serialità. Quest’anno è toccato ai consigli del «dott. Amore» nella serie chiamata «Andiamo al dunque». Il dottore in questione è Camillo Langone. Non so chi gli abbia conferito il titolo in questione, sospetto abbia fatto tutto da sé. E non saprei nemmeno dire se ciò gli faccia un torto o una ragione: conosco il personaggio per ciò che scrive e per come lo scrive. E per quello che ho letto (nonché per come me l’ha fatto leggere) non ho motivo di dubitare troppo della buona fede.

Mi ha sollevato però sapere che la puntata ieri in edicola fosse l’ultima. L’intento della serie — consigli su come conquistare una donna su vari fronti: fiori, cucina, vestiario, musica ecc al fine di farla cedere all’amore fisico — è stato soffocato da una pretesa troppo alta, che Langone non è riuscito a soddisfare. Il suo consueto mix di tradizionalismo e modernità, classicismi culinari e fotografi dissacranti, smentita dei luoghi comuni sui fiori e citazionismo esagerato — solo ieri nel giro di tre frasi erano nominati Lindsay Lohan, Terry Richardson e Robert Mapplethorpe, messi lì un po’ alla rinfusa per dire al lettore che li si conosce, forse nel tentativo di rendere pop l’immagine un po’ troppo tradizional-conservatrice che gli scritti hanno col tempo creato, ma col risultato di far venire il mal di testa al malcapitato. Un altra volta erano Aimee Mann, gli Stone Roses, i Bauhaus e Chet Baker nello stesso pezzo. Un po’ troppo.

Non è la prima volta che Langone cade in questa trappola — cattolico tradizionalista e amico di Isabella Santacroce, senza per altro che ci sia nulla di male nell’una e nell’altra cosa —, che funziona bene sulla breve distanza. Nella sua preghiera quotidiana, ad esempio: oggi snocciola l’elenco delle pop-star donne regine degli MTV Awards chiudendo con la protesta di rifugiarsi in Hildur Gudnadottir, che non sarebbe male se non fosse una scoperta fuori tempo massimo, ovvero nel momento di parabola discendente dell’artista islandese con noi che rimaniamo stupiti, credendo che un fine ascoltatore come lui conoscesse già quel piccolo gioiello di qualche anno fa che fu Without Sinking.
Un normale articolo imbastito in questo modo risulta già troppo lungo, figuriamoci una mezza paginata di Foglio e non vogliamo nemmeno pensare cosa sarebbe stata la canonica lenzuolata che gli altri anni era dedicata alla bisogna.

Mentre ieri leggevo quest’ultima puntata, la settima di una serie la cui insolita brevità non si capisce quando sia stata programmata o solo cercata, rimpiangevo le cose degli altri anni. Rimpiangevo il colonnino Estate che una decida di anni fa Guia Soncini ha tenuto per tutti i giorni estivi che Dio mandò in terra, dove in prima pagina — di fianco a interviste a filosofi sullo scontro di civiltà o ad analisi circa la politica estera americana — si parlava delle varie tipologie di ceretta. O alla serie sulla concupiscenza. O anche solo, per arrivare a tempi più recenti, all’estate che Paolo Nori passò in città a non fare (quasi) un cazzo tutto il giorno eppur trovando materiale per riempire una deliziosa rubrichina quotidiana.

Sarà la crisi, mi sono detto.

Poi dice la recessione.

Che ci siano poche speranze per l’Italia (lo dico a costo di sembrare un brontolone) lo si capisce anche dal fatto che ad agosto siamo tutti chiusi. E qualora rimanessimo aperti, siamo lo stesso un po’ chiusi. Si respira in Italia, pressapoco da fine luglio fino agli inizi di settembre, quel clima da fine impero, da conto alla rovescia, da crocette rosse sul calendario come i carcerati, per cui si va avanti per inerzia, facendo il minimo indispensabile (o anche non indispensabile, ché quello lo facciamo già durante il resto dell’anno). Questo clima lo si percepisce dalle cose grandi, come ad esempio il fatto che ci sarà anche il nuovo accordo con gli arabi di Ethiad a turbare i sonni dei poveri dipendenti Alitalia che han deciso di mettersi in malattia in massa ben consci che tanto nessuno mai gli farà nulla, ma secondo me c’è anche che molti di questi malati immaginari sono prossimi alle ferie. E lo si vede nelle piccole cose: per esempio nella frequenza con cui i siti italiani vengono aggiornati nel mese di agosto — in verità lo si vedrebbe anche dalla qualità degli aggiornamenti: ma non vorrei dare l’impressione di chi voglia infierire troppo.

Per esempio, io che sono nato con l’internet 1.0 leggo ancora molti siti tramite i feed. E non ho mollato nemmeno quando Google ha deciso che i feed erano troppo prima maniera per essere promossi ancora, chiudendo Google Reader. In quel momento sono passato obtorto collo ad uno dei tanti lettori di feed che la concorrenza offriva — dicono sia uno dei migliori, questo Feedly, ma io sinceramente rimpiango ancora i cari e vecchi tempi quando un lettore di news via feed rss era un lettore di news via feed rss, non il tentativo di fare un magazine più o meno personalizzato. Tra i molti siti che leggo ci sono, per interessi personali e professionali che chi bazzica almeno un po’ questo blog — o chi lo bazzica da almeno un po’ — sicuramente conosce, ci sono i siti musicali. Quasi tutti stranieri, tranne uno italiano. Non dirò quale, perché il discorso è talmente generalizzato (lo so, la mamma diceva sempre di non fare discorsi generalizzati…) che questa annotazione può davvero valere per qualunque altro sito musicale italiano; dirò solo che è uno dei più famosi, storici e cliccati.

Già in periodi dell’anno regolari — chessò, a ottobre o a marzo — quando mi capita di sfogliare i feed di questo sito mi rendo conto di conoscere un buon 90% delle notizie; perché le ho già lette da qualche altra parte, magari anche il giorno prima. (Il rimanente 10% sarò comunque costretto, per capirne di più, ad approfondirlo altrove). Ad agosto la percentuale rimane piuttosto stabile, solo una lieve tendenza verso l’alto. Ma la frequenza crolla spaventosamente. Per esempio stasera, dopo un’intera giornata di lavoro durante la quale non ho avuto tempo di aprire Feedly, mi sono accorto che da ieri sera Stereogum (per dire di uno dei tanti siti di news musicali che seguo) aveva pubblicato la bellezza di 44 nuove notizie. Possono sembrare molte, certo; possono contribuire al detto che c’è un’eccessiva informazione nella quale è difficile orientarsi, insomma l’offerta supera di gran lunga la domanda (ma siamo davvero sicuri?). Ma non è questo il fatto. Il fatto è che il concorrente italiano, che peraltro pubblicava le medesime notizie, era fermo a 9 nuovi aggiornamenti.

Le vacanze per gli italiani sono, facendo un breve calcolo seppur approssimativo, quattro volte più importanti che per gli stranieri. Messa in negativo: gli italiani, ad agosto, rendono un quarto degli stranieri. Poi dice la recessione ed era meglio alleggerire l’Irap.

Fare il sito del Corriere, in inglese.

In quella specie di bacheca di Pinterest che è il sito del Corriere della Sera capita spesso di trovare notizie ridicole. Una volta c’era il famoso colonnino destro a contenerle tutte: ed erano quasi sempre notizie pruriginose. Poi è arrivato il cosiddetto «boxino morboso», che era la stessa notizia pruriginosa di prima cui veniva concesso uno spazio di maggior rilievo.

Ora, col restyling di qualche mese fa e complice il concetto di notizia ridicola nel frattempo traslatosi verso la vera e propria inutilità, vale un po’ tutto. Come ad esempio mettere in pagina — tra le notizie sul conflitto arabo-israeliano e lo spostamento della Costa Concordia — la fotografia di un cartello nel centro di Bologna. Dove qualche negoziante voleva scrivere, in inglese, che la strada è chiusa al traffico per lavori ma i negozi sono aperti.

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Il fatto che il puntiglioso giornalista del Corriere abbia notato il veniale strafalcione, con ogni probabilità prima di qualunque altro turista, la dice lunga sulle gerarchie nella costruzione di una home page.