Quella volta che Gianfranco Funari diresse un giornale.

Vent’anni fa. Era il 6 luglio del 1994 quando Gianfranco Funari varcava l’ingresso di un palazzone in Via Valcava 6 a Milano. L’edificio, che oggi è una delle sedi di Fastweb, allora ospitava il quotidiano l’Indipendente. L’editore Andrea Zanussi aveva nominato Funari direttore editoriale del giornale per cercare di risollevare le vendite e superare la crisi d’identità che aveva colpito la testata. Peccato che il popolare conduttore non avesse firmato alcun contratto, come si scoprì dopo pochi mesi. Nel dicembre 2005, intervistato da Paolo Bonolis nella trasmissione televisiva Il Senso della vita, dirà: «Provai a salvare l’Indipendente anche perché era mio». Continue reading →

Riviste patinate, una definizione.

Su cosa sia una rivista di carta (patinata) secondo Jake Silverstein, appena nominato direttore del New York Times Magazine:

It’s the unique combination of timeliness and timelessness. Magazines have to be relevant and informative to the moment in which they’re introduced; but when they’re working really well, they’re also able to stay relevant long after the sell-by date. The stories don’t just inform, they illuminate, delight, transcend. Few other media have that particular combination of perishability and permanence, and it can be a thing of real beauty.

E ancora:

I want every issue of the magazine to be memorable, something to savor, and high quality writing, whether it’s long or short, is the best way to do that. The magazine should strive to publish the literature of fact. But this doesn’t mean that we won’t be doing investigative reporting, political reporting, stories about criminal justice, the environment, and stories that make or break news as well.

Carta e web pari sono.

Per aggiungere un mio commento (l’ennesimo, forse) all’annoso dibattito se i giornali quotidiani di carta siano morti o meno, inizio dicendo: no, i giornali non sono morti. Nonostante quanto ne dicano i troppo entusiasti di tutto, che sono quindi anche troppo entusiasti del web e spesso baciamortano le vittime del loro entusiasmo con una rapidità che avrebbe del sospetto, se solo fossi superstizioso — nonostante questi personaggi, partiti per una crociata contro i media tradizionali in favore dei new media, i giornali tradizionali non sono morti. Piuttosto è morto un modello. Quel modello dove la scansione delle notizie ha un peso specifico ancora piuttosto alto, ma è fatta malissimo.

In uno dei tre principali quotidiani italiani per diffusione (esclusi quelli sportivi ed economici), l’altro ieri ho notato che le prime tredici (13!) pagine erano rubricate come “primo piano”, è mi è sembrato come quando al liceo alle scuole medie la professoressa di storia ci diceva che sottolineare tutto il capitolo era come non sottolineare affatto: se tutto è in primo piano, niente è più primo piano. Il primo piano è un primo piano; è unico e presuppone la presenza di secondi e terzi piani, altrettanto importanti ma non come il primo. Finita la sbornia del fatto del giorno, ho trovato una (1!) pagina di esteri, una di specialino-contoallarovescia (a scadenza quotidiana) sui mondiali in Brasile rubricato sotto “società”, forse mezza pagina di cronaca. Seguiva l’inserto scientifico del mercoledì, economia e finanza, una pagina culturale di quelle arrabattate all’ultimo minuto (argomento: i sondaggi e quanto ci prendono). Poi lettere e opinioni, spettacoli, sport, meteo e fine.

Mi è sembrato un modo alquanto strano di fare un giornale nel 2014. Le notizie rubricate come “primo piano” erano in larga parte quelle che il lettore medio conosceva già piuttosto a fondo. Molto più a fondo di quelle sugli esteri e, soprattutto, di quelle di cronaca. Mi chiedevo, dunque, quale fine stratega ci fosse dietro il riproporre tredici pagine di notizie piuttosto nude e crude che tutti già conoscevano, solo con qualche leggero approfondimento, anziché proporre dei commenti, dei dossier, degli approfondimenti su quanto il lettore medio di quotidiani in Italia, ormai, conosce già ma rilegge quotidianamente forse per trovare una conferma del suo sapere, o molto più probabilmente per abitudine.

Qualcuno potrebbe dirmi, giustamente, che ho scoperto l’acqua calda. O che osservo la questione troppo dal mio punto di vista, tralasciando quello di chi non segue le notizie sul web.

Lasciamo la questione dei giornali di carta ai lettori dei giornali di carta, allora, e veniamo al web. Il fatto è che questo schema della ripetizione lo trovo applicato in maniera identica anche in rete. Soprattutto da quando si è capito che l’home page non è (più) la porta d’ingresso ad una pagina, e le tecniche di SEO raffinatissime (e rovinosissime: ormai sgami un sito seo-oriented in tre secondi netti e chiudi la finestra per la vertigine) unite ad un uso massiccio dei social fanno sì che i canali per arrivare ad una pagina siano sempre più i motori di ricerca, Facebook e Twitter. Allora parte la caccia alle visite, con post mirati a determinate ore del giorno che non servono ad offrire il piatto principale della testata in questione (quello su cui dovrebbe basarsi l’autorevolezza, diciamo), bensì i dolci confenzionati che piacciono tanto ad un pubblico che deve passare tre minuti al lavoro tra uno sbadiglio e l’altro. Intendiamoci: senza le visite in rete non esistono modelli sostenibili, per cui le gallerie non sono il diavolo. Però la caccia alla visita ha portato ad un appiattimento generale tra le varie testate le quali, anziché differenziarsi con i loro piatti forti, tendono ad essere tutte uguali. Posto che i gattini non vanno più, o comunque non fanno giornalismo “impegnato”, assistiamo sempre più spesso al fenomeno della curiosità semi-seria. Vice, ad esempio, sa fare molto bene questo — insieme a tantissime altre cose, vedi i reportage. Il Post, che dell’idea nobile di giornalismo fa una sua precisa cifra stilistica (o almeno vorrebbe) e che non manca mai di pretendere di insegnare alla carta come si debbano fare i giornali, molto di meno. Per cui ho iniziato ad avere la mia timeline piena di gallerie fotografiche interessanti come una carta da parati che sia bianca (vedi quella sulla Roma negli anni Ottanta), o di articoli di taglio boccaccesco-scientifico tipo quello sul trapianto delle feci. Per le cose più interessanti, per quelle che hanno una parvenza di notizia e per quelle che, ogni tanto, una notizia lo sarebbero anche, sono costretto a digitare il caro e vecchio indirizzo.

Il fatto è che questi articoli di taglio “acchiappavisite” li ritrovo condivisi per giorni e giorni, così come sui giornali di domani mattina già so che le prime tredici pagine (il “primo piano”) saranno composte da fatti e notizie che al 99% già conosco per averle seguite oggi, in diretta — e allora, come sempre più spesso mi accade, mi limiterò a sfogliare le pagine in cerca di qualche opinione o approfondimento. Caso esclatante la settimana scorsa: l’onda lunga della nuova serie di spot di PornHub è durata tre giorni, durante i quali a più riprese il magnifico mondo del giornalismo web ha cercato di ripropormi la medesima gallery fotografica. Una gallery geniale la prima volta che la si vede; la seconda, buona solo per mostrarla al collega; la terza puzzava, come il pesce: e tanto più che la notizia, nel riprendere una gallery di terzi, nemmeno c’era.

Gli stati generali per un nuovo giornalismo musicale italiano.

Oggi su Bastonate la giornalista Chiara ha pubblicato il pomposo manifesto del (ma forse era meglio per un nuovo) giornalismo musicale italiano. E cioè una serie di riflessioni — di impegni, soprattutto — frutto di una sua analisi (immagino condivisa almeno con Francesco che la ospita) su come dovrebbe essere il giornalismo, e in particolare quello musicale, italiano.

Un insieme di buone indicazioni, messe giù con la consapevolezza di non essere come quelle barbose e vagamente moralizz-atorie/anti che si leggono spesso sui siti più in del giornalismo moderno italiano e che vorrebbero dettare l’agenda su come si debbano fare, là fuori, i giornali.

Due, tra le tante e quasi tutte ottime e condivisibili riflessioni, mi sembrano degne di nota. La prima, fin troppo banale tanto da sembrare ancora più banale riportarla qui, è questa:

Respingiamo l’utilizzo compulsivo di Wikipedia come unica fonte per la pur necessaria attività del controllo delle fonti, quando non addirittura unica base per scrivere articoli. Ci impegnamo invece a fornire la nostra professionalità a Wikipedia e ad altri siti analoghi per integrare schede lacunose, errate o scarsamente documentate e obiettive.

Temo che verrà immediatamente disattesa da quelli che ancora seguono il manifesto del vecchio giornalismo musicale italiano. O del giornalismo italiano in genere — ma secondo me, anche un po’ del giornalismo non italiano. Sarebbe già un ottimo successo se i giornalisti italiani (tra i quali quelli musicali, spesso, nemmeno appartengono alla categoria secondo i canoni tradizionali dell’albo) smettessero di seguire Wikipedia; o imparassero, almeno, a fiutare le tante cose sbagliate che dentro sono scritte. Pretendere addirittura che, spinti dal sacro fuoco della completezza e del non lasciare in giro per il mondo errori o tracce di errori, si mettano a correggere le voci, a segnalare inesattezze o ad aggiungere la farina del loro sacco è pura utopia. Per questo la trovo una buona idea: nel mio piccolo, già mi incazzo a morte quando i database musicali contributivi che ci sono in rete sono pieni di errori, e passo ore che tolgo ad altre faccende indubbiamente più interessanti, a farmi venire il mal di schiena nel ricopiare dai booklet le informazioni corrette da mandare.

La seconda buona intenzione che mi è saltata all’occhio, e che mi sembra già più fattibile della questione di Wikipedia, è quella che va a toccare il tasto dolentissimo delle recensioni:

invitiamo tutti i direttori e i colleghi del settore musicale a fare un passo indietro sulla quantità di recensioni proposte e pubblicate e sui voti a esse assegnati: consideriamo di diminuire la quantità delle stesse a favore di un’analisi più approfondita, che si traduce in una lunghezza maggiore e in un maggiore dettaglio nel racconto e nella spiegazione di quanto ascoltato.

Siamo tutti d’accordo su una cosa: le recensioni, soprattutto quelle che appaiono sulla stampa di settore italiana, così come sono non servono a nessuno. Ho il sospetto che non servano più nemmeno allo scopo per cui ancora le vediamo stampate: fare un favore all’artista/etichetta/distributore che poi si offende e non ti compra più lo spazio pubblicitario (o, nel caso dell’amicizia, ti toglie il saluto). Nelle recensioni il lettore vorrebbe leggere come suona il disco; e, se possibile, vorrebbe leggerlo all’interno di un discorso articolato, ben contestualizzato, che faccia i riferimenti giusti o che abbia abbastanza spazio per permettere a chi scrive di spiegare meglio quei riferimenti che ad una prima lettura possono non apparire corretti. L’ho scritto anche recentemente: mi è capitato, su una delle riviste di punta dell’editoria indipendente musicale italiana, di leggere una recensione — per giunta nella sezione che ospita ristampe o musiche dagli archivi — in cui un decano del giornalismo musicale italiano scriveva nulla del disco, o del perché della ristampa e in cosa questa differiva dalla prima edizione, ma si limitava a fornire note biografiche dell’interprete (o degli interpreti, forse era un gruppo: nemmeno mi ricordo più). La recensione di un lavoro, cioè, era stilisticamente equiparabile ad una didascalia del Postalmarket; con l’aggravante che, a differenza del noto catalogo di vendita per corrispondenza, non c’erano cenni sulla qualità del prodotto stesso — né in negativo né in positivo, s’intende. Una roba tipo: 40 anni fa c’erano tizi, all’epoca contemporanei dei caii, oggi la pincopallo ha ristampato i loro demo.
La causa di tutto questo, per spezzare mezza lancia, sono anche gli ascoltatori — siamo anche noi. Che abbiamo la smania di completezza, di ascolto compulsivo, di aumento del numero di uscite valutate su Rateyourmusic. Ascoltiamo distrattamente e, anche per questo, non ci rendiamo conto delle recensioni scritte con i piedi: ci fermiamo al titolo del disco, che subito cerchiamo tra i blog salvati nei preferiti nella speranza sia già uscito un link.

Io non so chi sia Chiara. Non so se questa idea degli stati generali del giornalismo musicale da fare via mail sia un’idea vincente, o dove porterà. So solo che quello che ha scritto è condivisibile anche nelle virgole. Persino nei fastidiosissimi cancelletti (#) prima dei titoli con i quali introduceva le sue riflessioni.

Forma è sostanza.

So che dirò una banalità. Ma nel continuo dibattere sullo stato della stampa musicale italiana c’è un aspetto che viene sempre tralasciato: la cura. Una cura che non sta solo in ciò che, per la stampa cartacea ma non solo, dovrebbe essere fondamentale — e cioè una precisa linea stilistica, contenuti originali, correttezza sintattica e grammaticale, attenzione ai refusi e contenuti ben al di sopra del presentabile. Ma una cura anche di quelle che si chiamano, tecnicamente, norme di redazione.

Continue reading →

Spieghiamoci meglio.

La polemica del giorno, tra quelli che leggono i siti e frequentano i social network, vede coinvolti Luca Sofri e le sue dichiarazioni fatte lo scorso sabato al Festival del Giornalismo di Perugia. Dichiarazioni che sono state poi rimasticate, in una logica da telefono senza fili, più o meno così: «Luca Sofri ha detto che il lavoro può anche non essere pagato». Siccome «il lavoro» in questione è quello del giornalista, nelle mille accezioni che può voler dire oggi, e siccome di aspiranti giornalisti e anche di giornalisti non più aspiranti che non vengono pagati, o vengono pagati poco, o vengono pagati in altro modo che non sia economico, là fuori è pieno, è normale che da tre giorni non si parli d’altro.

Continue reading →

Salve, mi dà “Aste & Concorsi”?

Sta facendo molto discutere un articolo del direttore de La Gazzetta Del Mezzogiorno Giuseppe De Tomaso. Il quale, in maniera molto diretta e con uso di terminologia imbottita di viagra, va contro lo stop all’obbligo di pubblicazione di aste e gare d’appalto sui giornali quotidiani imposto da Renzi nella famosa conferenza stampa in cui annunciava i tagli del suo governo.

Continue reading →

Segnalazione.

hendrix_droga

C’è un tumblr dove sono raccolti ritagli dalla stampa italiana di altri tempi. Si chiama The Italian Game ed è curato da Ivan Carozzi.

I ritagli sono presi, come specifica il titolare in home page, per lo più dagli archivi storici de La Stampa e l’Unità. Non sembra essere una scelta di genere, quanto più una necessità: sono infatti gli unici due quotidiani a fornire un archivio visuale oltre che testuale. E sono riferiti ai quindici anni che vanno tra il 1970 e il 1985, mostrando:

una parte di ciò che si muoveva nel paese in quel tempo: terrorismo, violenza politica, droga, trame occulte, delitti passionali e delinquenza comune. In una prospettiva retromaniaca.

Il bello di The Italian Game è che ci restituisce l’Italia di quegli anni come un posto un po’ provinciale; non dico che non lo fosse — ma nemmeno che lo fosse, probabilmente. Dico solo che il lavoro di selezione e pubblicazione di immagini che svolge Ivan mira (non saprei dire quanto inconsciamente) anche a quell’obiettivo. Così ti ritrovi immerso in storie di droga, omicidi, pestaggi; ma anche: pubblicità di libri, locandine di film hard, spot di trasmissioni televisive o di partiti politici ormai mitologici (come questa del Partito Liberale Italiano, la mia preferita). Anche l’immagine in questo post è presa da The Italian Game: un articolo uscito l’indomani della morte di Jimi Hendrix. Al netto del titolo, probabilmente leggeremmo gli stessi toni anche il giorno dopo la morte di una rockstar di oggi (la grafica sembra essere quella della Stampa, ma davvero non importa).

Il sito è online da settembre 2012, tutt’ora attivo sebbene non aggiornato con continuità (risultano dei buchi in alcuni mesi). Merita molto.

No, il dibattito no!

Sulle pagine di The Wire si stava svolgendo un dibattito un po’ stucchevole e inutilmente sul filo del politically correct che riguardava il numero di copertine dedicate ad artiste donne.

Siccome quando si gioca col politicamente corretto – così come quando si fa del moralismo – c’è sempre qualcuno più corretto (o più moralista) di te, per “salvaguardare” una categoria – quella femminile, che scioccamente veniva considerata discriminata in base al parametro del numero di copertine con musiciste donne – si è finiti per attaccarne un’altra. Quella degli artisti giovani (anagraficamente parlando), rei di finire in copertina immeritatamente e a discapito di artisti da più tempo sulla scena.

Si parlava di musica e mi sembrava perciò che la cosa stesse un po’ trascendendo.

Ho provato a dire la mia. Loro, gentilissimi, l’hanno pubblicata.

thewire_1