Peter Gabriel fa le pentole (ma non i coperchi).

Penso che tutti conoscano il terzo lavoro da solista di Peter Gabriel. Genericamente intitolato “Peter Gabriel” come i due precedenti (e come il successivo), per distinguerlo viene di solito aggiunto un numero ordinario (che in questo caso lo trasforma in un pessimo “Peter Gabriel 3”), oppure viene usata la descrizione dell’immagine di copertina (ad opera dello studio Hipgnosis):  “Melt” essendo il volto di Gabriel in scioglimento.

L’album spicca per molte cose. Produzione compresa, perché è passato alla storia per essere stato uno dei primissimi dischi ad usare il gated reverb sui suoni della batteria, e sul rullante in particolare, diventando così un termine di paragone — e di influenza — per tutti i rullanti di lì a venire che si caratterizzavano per quel tipico suono “da anni Ottanta”. Curiosità vuole che ancora nessuno abbia capito bene chi, in definitiva, inventò questo tipo di suono. Se il produttore Steve Lillywhite, se Peter Gabriel che optò per la totale eliminazione dei piatti dallo spettro sonoro del disco (aggiungevano una marmellata fastidiosa di sottofondo, disse) o se il tecnico del suono Hugh Padgham. Aggiungerei — anche se di solito si tende a lasciarlo fuori dalla lista degli indiziati — anche Phil Collins, il quale suonò in effetti qualche traccia di batteria su Melt, e in particolare nella canzone di apertura Intruder, tra quelle a più alto tasso di ricerca timbrica contenute nel disco e ritenuta, non a torto, la canzone simbolo nell’uso del gated reverb.

Tra i brani contenuti in “Melt”, uno dei miei preferiti è sempre stato And through the wire. Canzone solidamente rock e distante da molti dei suoni contenuti in questo lavoro (e nel successivo quarto disco solista). Il brano è basato interamente su un riff di chitarra suonato da Paul Weller, che si trovava nei paraggi durante le registrazioni di “Melt”. Come in tutto il resto dell’album, anche in And through the wire non c’è traccia di piatti. Tuttavia, tenendo il pezzo un andamento tipicamente rock per tutta la sua durata, qualcuno (anche qui molti indiziati ma nessun colpevole) ha pensato bene di aggiungere qualche percussione: i sonagli e, in particolare durante il ritornello, un campanaccio.

Almeno quando si tratta di musica si tende ad andare contro la vulgata comune e pensare che sia la perfezione a conferire bellezza. And through the wire è, invece, un brano imperfetto. Di un’imperfezione non voluta, né compositiva. Piuttosto di produzione — il che è stranissimo, almeno per un disco passato alla storia come uno degli album meglio prodotti di ogni tempo (e a ragione: certe sovrapposizioni, certi primi piani sonori hanno pochi eguali nella popular music).
L’imperfezione sta proprio nell’uso delle percussioni. Dopo la prima strofa (il brano possiede la seguente struttura: ritornello-strofa-ritornello-strofa-ritornello-bridge-ritornello-outro), nel momento in cui entra per la seconda volta il ritornello stanno ancora suonando i sonagli, eredità della strofa. Il tutto per i primi 3-4 secondi, dopodiché entra bruscamente a scandire i quarti di battuta il cowbell (da 1:09 in poi):

Una finezza notarlo? Non direi. Piuttosto uno shock sonoro impossibile da non notare, almeno per un orecchio mediamente attento, ma cui col tempo ci si fa l’abitudine.

Oggi pomeriggio stavo riascoltando il disco — che sì, è uno dei miei preferiti — e come sempre ho notato la cosa, trovandola deliziosa. Che nessuno si sia accorto durante le registrazioni di questo sfasamento mi sembra impossibile. Così come trovo improbabile una pregressa volontà di creare questo scompenso. È certo un peccato veniale, nell’economia della canzone; e forse proprio il fatto di essere un pezzo rock, il più rock di tutto il disco, ha contribuito a chiudere un occhio (o un orecchio) e a lasciarlo nel mix definitivo. Non saprei.

È sicuramente una deliziosa imperfezione.