English is not Fubar. It’s swag, bae!

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Kory Stamper — lessicografo, editor del dizionario Merriam-Webster e curatore di un bellissimo blog sull’evoluzione della lingua inglese — ha scritto un pezzo sul New York Times nel quale ha analizzato lo slang nella lingua inglese e ha concluso dicendo che è un errore considerare i termini comunemente usati tra i giovani o nelle sottoculture come qualcosa di recente.

Alcuni termini che si presuppone essere entrati recentemente nel vocabolario hanno invece un uso rintracciabile anche più di cinquant’anni fa:

Parlando di hip, gli hipster erano stati descritti in modo sarcastico come coloro che “conoscono tutto” almeno dal 1941. La parola ‘hipster’ è stata definita da Jack Smiley nella sua seminale collezione di slang utilizzati dai servitori di bevande nei drugstore americani Hash House Lingo. Allo stesso modo, la parola ‘dude’ precede il Drugo [Jeff ‘The Dude’ Dowd] del Grande Lebowski di almeno 100 anni. I poliziotti hanno iniziato a ‘inchiodare’ i sospettati almeno dall’inizio del 1700. Anche l’apparentemente recente termine ‘Bae’, una parola che indica ‘babe’ o ‘baby’ e che viene spesso usata nelle comunicazioni private, è rintracciabile fin dai primi anni del 2000 e discende probabilmente dal soprannome raddoppiato ‘Bae Bae’, ad indicare un ‘bambino’, e di cui si hanno tracce nella stampa dei primi del Novecento. In altri casi, il termine ‘bae’ è più vecchio delle persone che lo utilizzano (ha anche una propria etimologia di acronimo spurio: ‘beffare anything else? [‘Prima di ogni altra cosa?]

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Eccezione culturale?

Rispondendo al lettore Gianni Colombo, che dalla rubrica delle lettere lamentava un utilizzo troppo frequente di termini inglesi che pure possiedono un loro equivalente in italiano negli articoli dei giornali («trend», «brand», «performance» ecc), Sergio Romano sul Corriere della Sera 27.09.2014, p.55] scrive che

i giornali devono difendere il buon uso della lingua nazionale, ma sono i cronisti della società contemporanea e non possono ignorarne l’evoluzione.

Poi compie un excursus sulle lingue che, nel tempo, hanno avuto la funzione di essere lingue del mondo:

Per molto tempo è stata il latino, ma dal XVII secolo ai giorni nostri la lingua veicolare è quella del Paese che esercita sul continente una sorta di egemonia politica e culturale: il francese dal Seicento all’Ottocento, l’inglese delle isole britanniche sino alla Seconda guerra mondiale e l’inglese degli Stati Uniti sino ai nostri giorni.

Con buona pace, dunque, del Globish vantato da Matteo Renzi, è la lingua degli Stati Uniti («motore della modernizzazione», scrive Romano) ad essere la nostra lingua globale. Quanto all’abuso di termini inglesi sui giornali, l’ex Ambasciatore italiano a Mosca conclude:

È vero, caro Colombo, che quasi tutte le parole inglesi citate nella sua lettera hanno un equivalente italiano. Ma le parole possono avere significati diversi a seconda del contesto in cui vengono usate e la traduzione letterale, in molti casi, non trasmetterebbe il nuovo significato che la parola ha acquistato nell’uso inglese o americano. Questo fenomeno è troppo importante perché un grande giornale possa ignorarlo. Non sarebbe lo specchio dei tempi.

(foto via Flickr)

La lingua degli scudieri.

Ricordando lo «scontro politico e culturale» che anima i rapporti tra Don Chisciotte e il suo scudiero Sancho Panza, Giorgio Pressburger [Corriere della Sera, 25.09.2014 p.33] fa un parallelo tra il linguaggio usato nel libro di Cervantes e quello che domina il mondo mediatico-politico. Nel linguaggio della comunicazione, che riguarda tanto i giornali tradizionali quanto il mondo della rete (blog, social network)

una notizia viene «citofonata» dai giornali, il tale ha il «cervello in acqua», si «uccide il vitello grasso», si «mena il can per l’aia», il presidente «bacchetta» il primo ministro, la tale legge è uno «schiaffo» alla destra (o alla sinistra).

Ma è nel mondo della politica, secondo Pressburger, che l’uso di un linguaggio sensazionale e pieno di metafore produce i danni maggiori:

Pare che i consiglieri degli uomini politici non facciano altro che studiare i dizionari dei proverbi e dei modi di dire, nell’intento di far comunicare o nascondere meglio i pensieri dei loro capi. Perché l’uso di un linguaggio simile non mira a trasmettere qualcosa, ma a fare spettacolo. I cittadini diventano spettatori. Da incuriosire, intrattenere, divertire e spesso fuorviare.

La soluzione secondo Pressburger? Trovare tra i ministri dei Don Chisciotte

cui tutt’un popolo potesse fare, mutati i tempi e i caratteri, da scudiero.