La questione della World music: Alan Lomax, Peter Gabriel (ma anche Toto Cutugno e Gigi D’Alessio).

La questione di cosa sia la world music è, da sempre, controversa anche tra gli addetti ai lavori.

Letteralmente è la «musica del mondo».

Ma letteralmente non ce la caviamo. Non solo perché — fino alla prova contraria della presenza di forme di vita extraterrestri — tutte le musiche sono musiche provenienti da qualche parte del mondo. Ma anche perché arriva conseguente la domanda: da quale parte di mondo?

Diciamolo ancora una volta, ché non fa mai male ripetere: la world music è un’invenzione occidentale. Di un occidente che non si è nemmeno messo troppo d’accordo con sé stesso (poi vedremo perché). Contiene all’interno della sua definizione tutti i tic dell’occidente, riassumibili nella seguente affermazione: consideriamo esotico, strano, proveniente dall’altra parte del mondo (tanto da scambiare quell’altra parte come il mondo, un altro mondo) tutto ciò che è stato prodotto al di fuori del diametro del nostro ombelico.

Quella che fino alla fine degli anni ‘70/inizio degli anni ‘80 era considerata come musica folk, o musica tradizionale delle tribù dell’Africa/delle valli del Nepal/delle campagna cinesi/della foresta amazzonica (i titoli delle compilation di Alan Lomax, suppergiù), dagli anni ’80 in poi è diventata la world music, senza che nessuno se ne accorgesse. Merito dell’ufficio marketing delle case discografiche, che ci propinarono questi suoni cucinati per le nostre orecchie di persone finalmente cosmopolite e ce li fecero trovare a portata di negozio di dischi.

lomax_india

Una parte grossa di questo successo, secondo me, ce l’ha anche Peter Gabriel. Da queste parti non mi sentirete mai parlare male di Peter Gabriel. Però la storia è storia e lui è stato tra i primi — e sicuramente tra i più famosi con la Real World e il Womad — a distribuire su larga scala i dischi di world music: esotismi spesso ben confezionati e contenenti gli enzimi per poterli digerire che hanno raggiunto moltissime persone. Intendiamoci: la promozione che fece di certe sonorità non fu solo una mossa furba; fu anche una mossa molto apprezzabile. Però quei dischi non erano (più) la musica del mondo. Erano la diapositiva della musica del mondo: bella, suggestiva, invidiabile quanto si vuole. Ma una rappresentazione della realtà, più che la realtà stessa. Una musica adattata, un po’ come sono adattati alla nazione in cui andranno in onda i dialoghi dei film.

C’è un altro disco citato spesso come esempio di World music: My life in the bush of ghosts di Brian Eno e David Byrne. In virtù di una sua indubbia eccentricità e del fatto che contiene registrazioni radiofoniche provenienti da ogni parte del mondo. Mlitbog è uno dei miei dischi preferiti di sempre, quindi capite bene quanto mi faccia male citarlo in questa sede come esempio negativo. Però tra i molti meriti che possiede, quello di contenere (cosa diversa dal, per esempio, veicolare) la musica del mondo, è il meno evidente se non proprio assente. A volte immagino il seguente contrappasso: nella Repubblica Democratica del Congo considerano My life un disco di world music perché dà la sensazione di trovarsi in mezzo ai led luminosi di Times Square. (Dal Congo arrivano, tra l’altro, Konono no.1, esempio genuino di musica centro-africana che è riuscita a superare i confini territoriali e ad imporsi, anche come influenza, sulle musiche occidentali).

MyLifeintheBushofGhosts

Ma sto divagando.

A me interessa, piuttosto, il criterio discografico di musica del mondo. Nel suo L’ascolto tabù (il Saggiatore, 2005) Franco Fabbri, uno che sui generi ha compiuto alcuni degli studi tra i più validi e interessanti partoriti dalla musicologa, racconta che l’etichetta — nata ufficialmente nel 1987 in seguito ad una campagna di marketing promossa dai discografici anglosassoni

ha subito raccolto tutto ciò che per gli anglosassoni non apparteneva alla corrente principale, al mainstream della popular music. (…) Il sostantivo aggettivato «world» ha cominciato a essere usato per indicare tutte le culture del mondo distanti dal centro. (…) Così è nata l’etichetta, per una categoria che ancora oggi ha contorni ambigui.

Fabbri cita anche un episodio curioso: a Palo Alto, nella sezione world music del locale negozio di dischi, aveva trovato in vendita Toto Cutugno

e d’altra parte non ave[vo] trovato, in World music. The rough guide (Rough guides, 1994), nemmeno una pagina che parlasse dell’Italia. Nelle edizioni successive (1999 e 2000) c’erano i cori sardi, la pizzica e Creuza de ma di De André, ma solo poche righe sulla canzone napoletana. Già, perché evidentemente secondo i curatori la canzone napoletana fa parte del mainstream della musica occidentale, quindi non sarebbe ‘altra’, quindi non sarebbe ‘world’.

Dunque certa musica italiana era vista come world music: un disco in dialetto genovese, per esempio; o la pizzica salentina. O Toto Cutugno (almeno nella centralissima Palo Alto), che però ha sempre fatto la canzonetta italiana (lo dico per comodità, non come giudizio). Una canzonetta che, per estrema semplificazione, poteva essere percepita come erede diretta della tradizione napoletana (non inclusa, incredibilmente, in uno dei più autorevoli volumi sulla world music).
Non sembra essere cambiato molto da allora. Oggi, in cima alla classifica Billboard degli album world troviamo Gigi D’Alessio:

dalessio_world music

Io non credo che in una classifica world statunitense — ma nemmeno tailandese, probabilmente — finirà mai Vasco Rossi (cito il primo, a caso): è italiano, come italiani sono Cutugno e D’Alessio, ma fa una musica che per quanto sia intrinsecamente italiana, non contiene gli elementi tipici della canzonetta italiana (scrivo così per farmi capire, non per dare giudizi). Del resto anche i Lacuna Coil sono italianissimi, ma nessuno negli Stati Uniti si sognerebbe di metterli in una classifica di world music in virtù del loro essere italiani.

L’unico dubbio che ancora mi rimane è: anche Gigi D’Alessio fa una musica che è sì italiana, ma non così tradizionalmente italiana come quella di Cutugno (o di Modugno e Claudio Villa prima di lui). Che c’entrasse l’insita napoletanità — più del personaggio che della sua musica, almeno ai giorni nostri — in questo corto-circuito? Certo non una napoletanità in quanto tale, ma in quanto, per la stessa semplificazione usata poco sopra, percepita come erede di una tradizione di canzonetta italiana che, soprattutto all’estero, è riconducibile a certe zone del meridione piuttosto che ad altre del settentrione.

L’occasione mi è utile per fare i conti con i Deep Purple

elio_made in japan

Io ho un problema con molte delle cose che mi piacevano in gioventù. A questo punto, inizio a pensare che il problema fosse la mia gioventù. I miei gusti, più precisamente. La prima volta che ho ascoltato Made in Japan dei Deep Purple, ad esempio, devo aver avuto un dieci-undici anni. L’ho ascoltato grazie all’oratorio. Prima che vi interroghiate su che razza di oratori frequentassi da ragazzino, fatemi finire. Me lo aveva fatto ascoltare tipo un mio catechista, che all’epoca non era nemmeno così grande da vivere di rimpianti e ascoltare Made in Japan e basta. Infatti ascoltava anche cagate davvero imbarazzanti come Yanni, una roba che per fortuna ero riuscito a tenere distante anziché abbracciarla e dovermi pentire per averlo fatto una ventina d’anni dopo. Comunque, siccome io e il mio gruppetto di amici eravamo già fuori di testa per la musica, lui pensò di farci un grande favore prestandoci quel disco.

Ricordo perfettamente quando poi, a casa, lo infilai nel lettore cd — avevo dieci anni ma ringrazierò per sempre mio padre e mia madre per aver assecondato i miei istinti musicali non eccessivamente, ma il giusto per farmi avere in regalo a sette-otto anni un impianto stereo con i controcazzi, che farebbe impallidire anche quello che sto usando ora. Dunque presi in mano il disco, era una delle prime stampe su cd di quel lavoro e la plastica interna del box era blu anziché nera (con l’oro della copertina ad aumentare l’effetto kitsch), lo misi nel lettore e partì Highway Star. Uhm, pensai, un po’ stupito per la delusione: me ne aveva parlato talmente bene quel tipo mio catechista. Alla terza canzone, Smoke on the Water, doppio stupore. Il primo, «ah ma ‘sta canzone è dei Deep Purple?», perché ovviamente quel riff lo conoscono anche le pietre, e quindi lo conoscevo anche io. Il secondo, per quello che all’epoca mi sembrava un grossolano errore di esecuzione: mi riferisco a quando Blackmore sbaglia il riff del brano la seconda volta che lo ripete, e fa quella cosa strana — dovevo capirlo, era un’interpretazione; dovevo capirlo già allora che Blackmore era una testa di cazzo.
Dopo una ventina di minuti ho iniziato ad odiare quel disco. Non mi piaceva, puzzava di vecchiume. In effetti, era vecchiume: stava in giro da più di vent’anni. Mi ero già schierato, seppur inconsapevolmente, dalla parte dei Sex Pistols contro i dinosauri del rock. A dieci-undici anni. Mi ero perso tutto di quel periodo, ma ero disposto a (ri)viverlo, almeno ideologicamente, fino in fondo.

Poi, col tempo, mi sono rincoglionito. E gli eccessi dell’adolescenza me l’hanno fatto amare. Comprai l’edizione in doppio cd, quella che sulla seconda parte aveva delle bonus track sempre tratte da quella tournee giapponese e che mi sembravano la cosa a cui non avrei potuto rinunciare per niente al mondo. Lo adorai. Non ho idea di quante volte abbia ascoltato The Mule e l’assolo di batteria di Ian Paice — lo conosco a memoria quell’assolo e, ripensandoci bene, conosco a memoria gran parte della musica che ascoltavo in quegli anni, laddove ora nemmeno mi ricordo i titoli delle canzoni e no, non credo c’entri solo il fatto che stia invecchiando (traetene voi, che siete bravi, eventuali considerazioni sociologiche a riguardo).

Andai talmente fuori di testa per i Deep Purple che li vidi persino dal vivo — avevo 15 anni e loro si esibivano all’Idroscalo di Milano, fortunatamente senza Blackmore, in quello che poi fu l’ultimo tour di Jon Lord, l’unico Purple che ora mi risulti simpatico (astenersi battute) — e presi a snocciolare a memoria le varie mark che ne caratterizzarono l’esistenza: mark I, mark II, mark III (la mia preferita, anche a distanza di anni, rimane quella con Coverdale/Hughes, un po’ perché secondo me spaccavano di più all’epoca e meno il cazzo adesso, e un po’ per un mai sopito spirito di bastiancontrarismo) (che poi, nonostante tutto, non ho mai capito perché con i Deep Purple e solo con i Deep Purple si parli di mark quando con tutti gli altri gruppi si dice «formazioni» senza necessariamente suddividere la carriera in ere geologiche) (ah, no, c’è anche un’altra cosa che non disprezzo legata ai Deep Purple e oltre ai Whitesnake più tamarri: Born Again dei Black Sabbath).

Non ascolto Made In Japan da anni. Probabilmente, toccando tutti i ferri che trovo a portata di mano, non lo ascolterò mai più per il resto della mia vita. Non riesco proprio a vederlo, nemmeno la copertina: continuo a chidermi il senso delle congas che suonava Ian Gillan quando non cantava, e non posso fare a meno di collocarle nello spazio indefinito nel nulla (manco si sentono!) (Seriamente, qualcuno di voi le ha mai sentite?). Piuttosto che ascoltare i venti minuti di Space Truckin’ stupendomi di tutto il senso di estraniazione/droga/sensazione lisergica che produce, metto direttamente sul piatto Space Ritual degli Hawkwind e godo di più (per rimarcare la differenza tra un disco muffo e uno che ha superato allegramente il test del tempo: devono essere stati gli acidi).

A volte mi capita di sentire per radio un loro pezzo, anche non necessariamente dell’epoca, tipo Perfect Strangers, e mi deprimo solo all’idea che nell’ufficio programmazione delle radio ci sia un riccardone che di nascosto, nella fascia con meno inserzionisti pubblicitari, infila in scaletta il pezzo per il solo gusto di rompere il cazzo a quelli come me — e un po’ però poi sorrido: la mossa è poco furba ma di sicura efficacia.

Tutto questo per dire che oggi ho letto dell’ennesima ristampa di Made In Japan. Non ho idea di quanti vinili sarà composta, di quante bonus track, di quanti dvd, blu ray e pagine a colori dell’immancabile librone iper-patinato in allegato. A dirla tutta, non ho nemmeno idea di quante copie possa vendere, oggi, una roba del genere.

Non è una crociata contro la retromania, questa (oddio, una crociata contro Reynolds per aver coniato il termine «retromania» forse ci starebbe anche, ma è un altro discorso). Ascolto dischi usciti anche quaranta anni fa con un certo (enorme) gusto; mi capita di ascoltare persino i Led Zeppelin, a volte; e poi ascolto la musica drone e i minimalisti. In Italia, poi, abbiamo coraggiose riviste di musica che mettono in copertina John Fahey o i Rolling Stones tre volte l’anno, per cui anche se partissi per una crociata non tornerei più a casa, lasciando i miei genitori senza un figlio e una fidanzata vedova ancor prima di sposarla.

Però quando leggo notizie del genere penso che l’industria discografica di oggi, incapace di guardare avanti ma solo di riproporre roba che puzzava di coglioni bolliti già vent’anni fa (ma quante volte l’hanno ristampato Made in Japan?) — non solo l’industria discografica di oggi, ma anche il pubblico di oggi (a questo punto lo confondo con lo stesso di ieri, e non è detto che stia confondendo e basta), tutti i discorsi sul disfacimento della musica un po’ se li meritino.

Ricostruire quella Milano.

A Milano fino a qualche anno fa esisteva Ice Age, piccolissimo negozio di dischi che stava in Porta Ticinese. Non l’ho mai sentito come uno dei miei negozi di dischi, principalmente per due motivi. Primo, l’età: pur avendo chiuso nel 2006, ha vissuto l’epoca di massimo splendore nel momento in cui appena appena iniziavo a delineare dei gusti musicali ben precisi. E poi il genere musicale: era un negozio specializzato in musica elettronica, goth, industrial; roba che col tempo c’ho sguazzato dentro, ma che all’epoca mi sembrava una nicchia talmente ristretta e dalla quale tenersi debitamente a distanza. Per me, che arrivavo a Milano dalla provincia, entrare nel reparto dischi del Virgin Megastore di piazza del Duomo era già una festa tanto era l’imbarazzo della scelta.

Da Ice Age, comunque, un paio di volte ci sono stato, perché è diventato subito un luogo mitico tra noi ragazzini che il sabato pomeriggio andavamo alla fiera di sinigaglia, sulla darsena, a piedi da Piazza Duomo. Ogni tanto, quando eravamo tutti insieme, qualcuno di noi saltava fuori dicendo: «Oh, ma ve lo ricordate l’Ice Age?!» e noi stavamo lì, un po’ a ridere e un po’ a mangiarci le mani per non frequentarlo — oggi, per non averlo mai frequentato — perché ci sembrava un posto fighissimo seppur non riuscissimo fino in fondo a capire perché. Ma era uno di quei negozi che solo a passarci davanti e dare una sbirciatina dalla porta (sempre aperta: io la ricordo così) sentivi un’attrazione incredibile che ti spingeva verso l’interno.

In quella zona non c’era solo Ice Age. C’era anche Supporti Fonografici, un po’ più avanti, credo proprio dove ora sta Serendeepity. Un altro negozio che percepivamo come storico, ma che non siamo mai riusciti a frequentare. Ricordo però di essere entrato anche lì e lo stupore che ho provato ad aver visto per la prima volta i dischi dei Current 93 e dei Death In June esposti sugli scaffali. Se al Virgin c’avevo trovato i gruppi metal dei quali ai tempi leggevo le recensioni sulle riviste specializzate chiedendomi — a dodici, tredici anni — dove mai avrei potuto comprarli, e cioè dove mai vendessero un disco dei Savatage (per me che il reparto cd del Carrefour sembrava già il paese dei balocchi, e in un certo senso lo era), figuratevi lo choc quando ho preso in mano una copia di But, what ends when the symbols shatter. Senza comprarla ovviamente — e ripensandoci bene, senza averla mai più comprata.

Allora prima, incuriosito, ho digitato “ice age dischi milano” su Google. Tra i primissimi risultati è apparsa questa pagina del sito di Rebecca Agnes. Rebecca è un’artista italiana che divide il suo tempo tra Milano e Berlino e che ha fatto cose belle e bellissime. Secondo me appartiene a questa seconda categoria il progetto Luoghi che non esistono più (2010) dove, attraverso la costruzione di modellini in legno, ha voluto ricreare alcuni luoghi storici della Milano del tempo in cui ci ha vissuto (da studentessa di Brera, presumo leggendo la sua bio):

Mi sono messa a tagliare, incollare e dipingere questi luoghi ricostruendoli secondo le mie capacità. Parallelamente ho cercato di collocare la loro esistenza nel tempo. Ho cercato l’anno in cui sono stati aperti e l’anno in cui sono stati chiusi. In questo è stato fondamentale il chiedere e cercare nei social-network, dove le persone ricordano (e spesso rimpiangono) un party, un negozio di dischi, un bar oppure semplicemente si lamentano dell’assenza di un panificio sotto casa.

Il risultato è sensazionale e rappresenta proprio in quel fazzoletto di Milano che intendo io. E sì, ci sono sia l’Ice Age che Supporti Fonografici.

l'Ice Age (che è quello nero in basso, l'altro è l'appartamento di Rebecca) photo: Rebecca Agnes

Supporti Fonografici - photo: Rebecca Agnes

(Le foto sono di Rebecca Agnes)

C’è una cosa che vorrei dire agli amici di Spotify.

Ho un rapporto molto stretto con Spotify. E quando dico Spotify non intendo un nome per indicare un servizio. Intendo proprio quel servizio. Quello svedese, che sta rivoluzionando il mondo della musica — ma un vecchietto come me ormai non crede più molto ai facili entusiasmi delle rivoluzioni.

Ho un rapporto molto stretto nel senso che lo uso dal primo giorno che è stato lanciato in Italia. Era il 12 febbraio 2013: quella volta ho avviato la prova gratuita di due giorni della versione Premium, dopodiché mi sono abbonato. Sono quindi 12 mesi che pago 9,99 euro al mese per avere accesso a tutta la musica del loro catalogo, ovunque voglio, con possibilità di sincronizzare online e senza interruzioni pubblicitarie. Sono un vecchietto, ve l’ho detto: e da vecchietto ho ancora la concezione di un disco inteso proprio come album, con un suo ordine che non voglio sia interrotto ogni due brani da un tizio che mi dice di comprare qualcosa. Per me l’ascolto — diciamo così — è sacro.

I motivi per cui ho aderito a Spotify sono molti. Su tutti, a me la musica piace pagarla. Non sto dicendo di non aver mai fatto nell’altro modo, e chi è senza peccato scagli la prima pietra. Però, ecco, io i dischi li compro. Ancora. Solo che abbonandomi a Spotify pensavo che ne avrei comprati meno. Un compromesso accettabile per 10 euro al mese.

Il suo successo ha portato ad urli di dolore lanciati a più riprese dagli artisti, che accusano lo streaming online di non far guadagnare loro tutto ciò che gli spetterebbe. A questo non credo. Ho già ripetuto più volte — anche su queste pagine — che è un grido di dolore miope: non perché non sia vero in sé, ma perché la causa non è Spotify. Semmai sono gli accordi presi dalle case discografiche con questi servizi a essere poco vantaggiosi per gli artisti. La discussione, per chi fosse interessato, è ampia.

Delle 10 euro mensili che spendo a vario titolo, quelle per Spotify sono tra le meglio spese. Lo uso praticamente sempre, lo sfrutto dal primo all’ultimo centesimo. Anche in questo momento, mentre scrivo, sto streammando un disco da Spotify. Direte: e come fai a trovare il tempo di ascoltare tutta quella musica? Risponderò: avete presente il tempo che trovate, voi, a seguire tutte quelle serie tv? Io lo adopero per ascoltare dischi. Io arrivo alla sera con le orecchie stanche. Tanto stanche da iniziare a pensare che, forse, sarebbe il caso di seguire anche qualche serie tv: gli occhi, del resto, mi funzionano benissimo. In questo, dunque, non sono un cliente medio di Spotify. Sono, piuttosto, il cliente che il mercato discografico dovrebbe adorare oltre misura: non contribuisco all’impennata fatua delle vendite dei vinili, ma contribuisco a quello zoccolo duro di gente che apre il portafogli per passione e non per feticismo (ché quando finisce il feticismo cosa rimane?).

Tuttavia c’è una cosa che mi ha stancato di Spotify e che a più riprese (e in buona compagnia) ho fatto presente lassù in Svezia, dove però continuano ad ignorarla. Nelle app per telefono e tablet non c’è alcuna possibilità di cancellare la cache o di definire la quantità di spazio che si vuole dedicare. Faccio un esempio: tutta la musica che ascolto in streaming o che sincronizzo offline viene salvata da qualche parte nel mio dispositivo. Per sempre, anche se tolgo la sincronizzazione o non ascolto più il brano per secoli. Non c’è modo di controllare quella porzione di spazio che viene occupata a forza, né tantomeno eliminarla senza ricorrere alle cattive maniere (che poi è quello che consigliano anche loro: disinstallare e reinstallare l’app).

La motivazione ufficiale di ciò è: in questo modo risparmi banda, perché se ascolti sempre le stesse canzoni, noi le teniamo già pronte per te. Obiezione, vostro onore. E proprio questo il motivo per cui mi sono abbonato: per decidere cosa sincronizzare offline — verosimilmente gli ascolti abituali. E perché voglio il controllo di come, quanto e con cosa intasare il mio telefono. Non mi sembra di chiedere la luna; e comunque nel libero mercato se i concorrenti la offrono, la luna, per non perdere fette di clienti bisognerebbe iniziare a metterla nel menù. Pare sia un piatto piuttosto richiesto, leggendo i vari forum online.

Avessimo dei telefoni a memoria infinita, il problema non si porrebbe. Il fatto è che in questo modo lo spazio occupato dall’applicazione cresce a dismisura. Diventa una valanga incontrollabile, che rende il telefono inutilizzabile nel giro di un mese tanta è la memoria occupata inutilmente. E tutte le volta a disinstallare e reinstallare, nemmeno fossimo all’alba delle nuove tecnologie.

Ho contattato l’assistenza più volte. Siamo passati dal «ci stiamo lavorando» al «ci stiamo lavorando». Nessun progresso. Anche oggi pomeriggio: «Grazie del feedback. Lo abbiamo girato ai nostri tecnici». E’ la quinta volta che lo girano. Dei geni, praticamente. Ci sono persone (paganti) che chiedono loro una semplicissima miglioria, e questi continuano a prendere atto della necessità di introdurre la miglioria. Rimandandola.

Si sente spesso dire in giro che i tizi dietro ‘ste startup tecnologiche siano le persone più smart del mondo. Non metto in dubbio la tendenza generale, anche se a volte mi viene da mettere in dubbio il caso particolare.

Il principale concorrente di Spotify, cioè il francese Deezer, questa funzione ce l’ha. Ti fa cancellare con un semplicissimo pulsante la cache, e ti fa decidere quanto spazio vuoi dedicarle tra tutto quello residuo del tuo iPhone o iPad. Infatti una volta ho minacciato, via Twitter, di passare a Deezer se non avessero risolto il problema. Mica l’han risolto, per carità: mi hanno regalato un mese di abbonamento. A me, capito? Quello che le banche chiamerebbero pagatore affidabile.

Mi spiacerebbe cambiare tutto di punto in bianco. In quanto vecchio, inizio a diventare anche metodico e piuttosto abitudinario. E poi con Spotify mi trovo bene. Molto bene. E questo è un giudizio del tutto disinteressato, dal momento che a differenza del 99% di quelli che citano questo tipo di servizi nei loro tweet, o che li embeddano nei loro siti, io il servizio lo pago. Non me lo regalano mica. Parliamoci chiaro: non sto smarchettando un bel niente, né tantomeno facendo gli occhi dolci a qualcuno.

Però adesso la misura è colma e se entro un mese non sono in grado di introdurre una funzione che l’amico mio sviluppatore di app mi ha detto richiedere mezzora per essere implementata, passo ai francesi. Seppur come idea, da italiano, non è proprio la fine del mondo.

Chick Corea. Un debuttante.

Ad analizzare le correnti musicali e il loro pubblico, si direbbe che non esista in musica qualcosa di più conservatore del Jazz. Un genere che da trent’anni non è capace di rinnovare se stesso e se ne rimane lì, avvitato alle sue correnti passate. Quel poco che si muove, sta agli estremi: un territorio che il per forza di cose conservatore pubblico non è capace di concepire.

Non una sentenza la mia. Solo la semplice lettura della readers’ poll di Jazz Times.

L’anno che verrà sarà sempre peggio dei cent’anni prima.

centanni

La retorica del «si stava meglio quando si stava peggio» è tra le tossine più dannose per il continuum culturale di una società. E’ una specie di torcicollo intellettuale per cui non si guarda indietro con lo spirito critico, o di apprezzamento, o di esaltazione per un passato più o meno glorioso nel campo della letteratura, delle arti visive, della musica, ma solo per prendere quel passato a piene mani e metterlo sul piatto della bilancia del confronto con il presente. Il quale presente — guarda caso — ne esce quasi sempre con le ossa rotte.

Né più né meno di quanto fatto questa mattina da Ranieri Polese su La Lettura, il pregevole inserto domenicale del Corriere della Sera [29.12.2013 p.5]. Titolo dell’articolo: «Avanguardie addio, il Web è piatto», e basterebbe già per fargliene una colpa se non fosse che il titolista e l’articolista sono due persone differenti. Svolgimento tutto sul paragone. Con quanto avveniva un secolo fa: il primo volume de Le Recherche di Proust, La sagra della primavera di Stravinskij, Picasso cubista a Parigi, ecc.

Oggi invece cosa c’è? L’appiattimento, l’avanguardia non esiste perché non c’è più una tradizione contro il quale opporsi e sicuramente di quel tizio inglese che mise lo squalo sotto formaldeide tra cent’anni non si ricorderà più nessuno. Ciò non rappresenta un giudizio critico su Hirst (citati anche Franzen e Rushdie, campo letteratura). Piuttosto una delegittimazione sui generis, buona per titillare le papille gustative dei più nostalgici tra i lettori de La Lettura (e dovranno essere quindi molti).

Tutto questo, si badi bene, con l’avvertenza che

paragonare opere di ieri a quelle di oggi non si può perché sono assolutamente disomogenee.

Potremmo stare qui ore a discutere del significato di «disomogeneo». Fortunatamente è Polese stesso a giungerci in aiuto sul finire del suo articolo:

Tutto si può scaricare. Questo comporta dei rischi: la crisi (la morte?) del libro, del cinema, della musica nelle loro forme tradizionali.

Dunque la disomogeneità sta nel mezzo, non in quella che Polese, travisandola, chiama «forma». Il discorso è vecchio e la sua efficacia è stata ampiamente dimostrata: non esiste. Nessuna delle cassandre che avevano messo in forse il futuro di un’arte, al momento in cui era cambiato il mezzo, ha avuto ragione. A meno, quando per forma non intendesse il mezzo, non abbia proceduto nel suo ragionamento con la logica di cui si diceva all’inizio: guardando indietro e paragonando il presente al passato.

La musica non è in crisi perché ora viene scaricata, né perché i suoi modelli sono «ripetitivi» rispetto a quelli del Pop-Rock anni ’60 (sempre Polese: evidentemente cade nel vizio di considerare migliore tutto ciò che risale ai suoi tempi, tanto più tutto ciò che conosce poco e male).
La musica (e, certo, il cinema, la letteratura) se è in crisi — e lo è quanto meno dal punto di vista economico — non è di certo per la normalizzazione e la democratizzazione culturale che il Web ha portato. Ma perché manca l’opera di selezione, di critica, manca quella curiosità che dovrebbe smuovere i Polese della situazione (e gli inserti culturali che li pubblicano) dal torpore che fa loro preferire parlare sempre dei soliti, o sempre bene del passato ai danni del presente (il futuro, sebbene questi attacchi spesso stiano tra gli specialini sull’anno che verrà, non è quasi mai pervenuto).

2013: un anno in musica

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E’ arrivato il momento di dire quali sono i dischi che ho più apprezzato in questo 2013. Lo so: trattasi di abitudine inutilmente onanistica. E’ però difficile rinunciarci, poiché oltre alla dose di esibizionismo che ogni classifica porta con sé nel momento in cui la si pubblica, c’è anche l’aspetto —infinitamente più piccolo, è vero — dell’autoanalisi. Compilare una classifica vuol dire infatti compiere delle scelte. E riflettere sul perché: capire cosa valga la pena di essere salvato e cosa, invece, di rimanere fuori anche se c’è piaciuto lo stesso.

I dischi che vedete elencati qui sotto sono una minima parte di quelli che ho ascoltato durante il 2013. Capita infatti che, dovendo lavorare con la musica, io ascolti veramente di tutto. Soprattutto ciò che mai e poi mai mi metterei ad ascoltare per il puro piacere di farlo.

L’ambito da cui parto è quello delle musiche cosiddette “sperimentali”, o comunque “altre”. E da lì cerco di capire quali sono i dischi di cui tra vent’anni si potrà dire che rappresentavano il 2013. Mi rendo conto che, per chi sia poco avvezzo a questo genere di musica, dire tra vent’anni che una raccolta di composizioni per piano preparato di Joseph Byrd risalente ai primi anni Sessanta rappresenta il 2013 può sembrare una follia inutilmente astrusa. Proprio per questo rimango stretto in questo ambito: ciò che mi incuriosisce maggiormente, da qualche anno a questa parte, non è la musica. E’ il suono, piuttosto.

(dovrei aprire una troppo lunga parentesi per spiegare cosa intenda per suono e perché sono attratto sempre più da questo che dalla musica. Diciamo, per semplificare e fare in fretta, che la musica non è che un piccolo sottoinsieme del suono. Il suono la comprende, ma comprende tante altre cose che una persona solitamente non tende a considerare musica, ma che hanno pari dignità. C’è il rumore; e il rumore — come mi è già capitato di scrivere più volte — è bellissimo. E c’è il silenzio, che gli Einsturzende Neubauten definivano sexy, che John Cage insegnava non esistere, e che una piccola etichetta italiana proprio quest’anno ha voluto celebrare con un doppio vinile a cavallo tra situazionismo e opera musicale).

Ci sono delle eccezioni significative (Nick Cave, Elvis Costello). Le ho messe per questioni affettive e perché, secondo me, rappresentano lavori di cui tra vent’anni si potrà dire ecc ecc…

Procedendo per esclusione, a questo punto dovrei spiegare perché non ci sono Miley Cyrus o Lady Gaga. E nemmeno gli Arctic Monkeys o gli Arcade Fire. Ho un parere anche su questi dischi: se volete ne discutiamo. Ma rimangono fuori dalla classifica, pur prevedendo l’obiezione di chi, là in fondo con la mano già alzata, non vede l’ora di dirmi: “ma anche Lorde traccia le traiettorie della musica del 2013”. Verissimo. Infatti a me il disco di Lorde è piaciuto molto. Però —come si dice— questa è casa mia e le regole le faccio io.

Ultimo elemento (ancora masturbatorio): in calce ci sono anche quelle che ritengo essere le 5 migliori ristampe/materiale d’archivio di questo 2013. I criteri di selezione rimangono più o meno gli stessi. Sono solo 5 perché da qualche anno m’impongo l’acquisto di materiale nuovo su quello già edito. Non chiedetemi perché: pensavo di averlo capito, e invece niente.

1. Oneothrix Point Never – R Plus Seven (Warp)
2. Fire! Orchestra – Exit (Rune Grammofon)
3. Julia Holter – Loud City Song (Domino)
4. Nick Cave & The Bad Seeds – Push The Sky Away (Bad Seed)
5. Denseland – Like Likes Like (m=minimal)
6. The Necks – Open (ReR)
7. Laurel Halo – Chance Of Rain (Hyperdub)
8. Matana Roberts – Coin Coin chapter two: Mississipi Moonchile (Constellation)
9. John Butcher, Thomas Lehn, John Tilbury – Exta (Fataka)
10. Blixa Bargeld & Theo Teardo – Still Smiling (Specula)
11. Dean Blunt – The Redeemer (Hippos In Tanks)
12. Jakob Ullman – Fremde Zeit Addendum 4 (RZ edition)
13. Peter Brotzmann – Long Story Short (Trost)
14. Joseph Byrd – NYC 1960-1963 (New World)
15. Josephine Foster – I’m A Dreamer (Fire)
16. Wolf Eyes – No Answer: Lower Floors (De Stijl)
17. Graham Lambkin & Jason Lescalleet – Photographs (Erstwhile)
18. Elvis Costello & The Roots – Wise Up Ghost (Blue Note)
19. Dennis Johnson – November [played by R. Andrew Lee] (Irritable Hedgehog)
20. Chris Watson – In St. Cuthbert’s Time: The Sounds Of Lindisfarne and The Gospels (Touch)
21. Young Echo – Nexus (Ramp)

Ristampe:

1. Scott Walker – The Collection 1967-1970 (Universal)
2. Robert Wyatt – ‘68 (Constellation)
3. David Tudor – The Art of David Tudor (New World)
4. AA/VV – Italian Records: The Singles 7’’ Collection (Spittle)
5. AA/VV – Selected Signs III-VIII (Ecm)

Spotify si spiega.

Spotify, più volte attaccato dagli artisti con argomentazioni un po’ dubbie, ha pensato di fare un po’ di chiarezza aprendo Spotify for Artists, un sito internet dove è spiegato il funzionamento del servizio e dove sono reperibili dati sul suo andamento. Questo perché:

With any format change in music – CD and iTunes included – there’s a lot of confusion around how these different models work, and quite often some serious scepticism. We understand that’s out there, so we want to be as clear and transparent as we possibly can explaining how Spotify fits in.

Spotify, nella mente di chi l’ha creato, è considerato alla stregua di un semplice cambio di medium. Nel passato, ad ogni transazione — dal vinile alla cassetta, dal vinile al cd, dal cd ad iTunes — si sono sollevati polveroni, dubbi, inchieste, controinchieste. Interessi di parte, soprattutto.

Anche Spotify for Artists rappresenta un interesse di parte, certo. Per fare un paragone un po’ azzardato, è come uno studio commissionato dalla Coca Cola sui benefici delle bevande gassate. Però a me sembra anche un buon punto di inizio, una risposta a quegli artisti che maggiormente avevano mosso delle critiche a questo nuovo paradigma di consumo musicale.

Attendiamo fiduciosi la contro-replica degli interessati. Qualora ci fosse. Nel frattempo facciamo notare una cosa. Nell’algoritmo pubblicato sul sito e che spiega il funzionamento dei pagamenti attualmente adottato da Spotify, è evidente che il collo di bottiglia che strozza i guadagni degli artisti è rappresentato dal modello industriale ancora in vigore (e non più sostenibile, come già detto), e non dai servizi di streaming musicale.