Fare il pane come si deve, punto.

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In una delle storie pubblicate sulla «food issue» del New Yorker [3 Nov. 2014], Michael Specter fa un’analisi molto approfondita del fenomeno del «gluten-free», che mette in mostra qualche crepa in questa strana moda social-dietetico-culturale secondo cui il glutine fa male:

Mentre non ci sono dati scientifici che dimostrino come milioni di persone siano diventate allergiche o intolleranti al glutine (o ad altre proteine del grano), esiste invece una plausibile e ripetitiva evidenza circa il fatto che le auto-diagnosi sulla dieta sono quasi sempre sbagliate, in modo particolare quando queste diagnosi si estendono a buona parte della società. Continuiamo a sentirci più sicuri nel basare le nostre convinzioni sugli aneddoti e le intuizioni anziché sui dati statistici.

Gli aneddoti cui fa riferimento vengono spiegati tirando in ballo una vecchia storia, che serve per fare un parallelismo con l’allarmismo spesso esagerato nella diffusione dell’intolleranza al glutine. La storia che racconta Specter è quella del glutammato monosodico — uno degli amminoacidi più presenti in natura, spesso confuso per un additivo alimentare — che gode di una fama piuttosto cattiva, seppur mai dimostrata scientificamente:

A partire dagli anni Sessanta, per esempio, il glutammato monosodico, o MSG, è stato denigrato. Anche ora, è comune trovare ristoranti cinesi che segnalano il loro cibo come MSG-free. I sintomi che sembrava causare l’MSG — mal di testa e palpitazioni, tra quelli citati più frequentemente — sono stati inizialmente descritti come la «sindrome da ristorante cinese» in una lettera pubblicata, nel 1968, nel New England Journal of Medicine. In Rete è pieno di siti che citano le presunte fonti ‘nascoste’ di MSG. Nonostante tutto, dopo decenni di studi, non c’è alcuna evidenza che sia il glutammato monosodico a causare questi o altri sintomi. Tutto ciò non dovrebbe sorprenderci, dal momento che non ci sono differenze chimiche tra gli ioni di glutammato presenti naturalmente nel nostro corpo e quelli che sono nel glutammato monosodico che mangiamo. E l’MSG nemmeno è un semplice additivo alimentare: lo si trova nei pomodori, nel Parmigiano, nelle patate, nei funghi e in molti altri alimenti.

Specter conclude il suo lungo excursus storico e scientifico sul glutine e sul proliferare della sua intolleranza (un fenomeno degli ultimi cinquant’anni, esploso definitivamente solo dopo il 2011), dicendo di aver ripreso a cucinare il pane

nel modo in cui dovrebbe essere fatto: acqua, lievito, farina e sale. Proverò a vivere senza la bacchetta magica. Ma certamente non vivrò senza glutine. Sarebbe semplicemente stupido.

È difficile, tra l’altro, non notare altri parallelismi con suppergiù tutto quello che in Rete viene descritto come ciò «che gli altri non ti racconteranno mai». Il complottismo come malattia culturale.

Pensate (non troppo) positivo

Gabriele Oettingen mette in guardia sui rischi del pensare (troppo) positivo:

Il pensare positivo inganna la mente e le fa percepire di aver già raggiunto l’obiettivo, allentando invece la tenacia nel perseguirlo.

Alcuni critici del ‘pensare positivo’ hanno consigliato alle persone di abbandonare tutte le belle chiacchiere e fare invece un bel bagno di realtà soffermandosi sulle sfide e sugli ostacoli. Ma questa sembra essere una correzione troppo estrema. Gli studi hanno dimostrato che una strategia del genere non funziona meglio rispetto ad avere troppi pensieri positivi.

Cosa invece funziona bene è il mantenere un approccio ibrido che combina il pensare positivo con il realismo. Ecco come funziona. Pensate ad un desiderio. Per qualche minuto, immaginate che questo si realizzi, e lasciate che la vostra mente si abbandoni ad esso e si faccia trascinare. Quindi invertite le marce. Spendete qualche altro minuto immaginando gli ostacoli che si interporrebbero sulla via che conduce alla realizzazione del vostro desiderio.

Le virtù dell’essere poliglotti

multilingualism

Per tenere la mente allenata e migliorarne le prestazioni, pare sia consigliato conoscere e parlare più di una lingua:

Il multilinguismo ha tutta una serie di incredibili effetti collaterali: chi parla più lingue tende ad avere risultati migliori nei test standardizzati, soprattutto in matimatica, lettura e vocabolario; ricorda meglio elenchi o sequenze, probabilmente perché ha imparato più regole grammaticali e parole; è più ricettivo nel suo ambiente e mette meglio a fuoco le informazioni importanti tralasciando quelle fuorvianti (del resto non è una sorpresa sapere che Sherlock Holmes e Hercule Poirot sono esperti poliglotti). Per non dire del piacere culturale nel leggere l’Odissea in greco antico o Alla ricerca del tempo perduto di Proust in francese.

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I luoghi della memoria.

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Il Nobel per la medicina 2014 è stato assegnato a tre ricercatori (John O’Keefe e i coniugi May-Britt ed Edvard Moser) per la scoperta delle cellule cerebrali che ci permettono di orientarci — quello che un po’ pigramente i giornali hanno chiamato «il nostro personale GPS». Un bell’articolo di Kevin Loria su Business Insider spiega come il nostro cervello tiene traccia di tutte le informazioni che ci consentono di individuare la nostra posizione e la posizione di tutto ciò che ci circonda:

La nostra sensazione di trovarci in un luogo ben definito è molto più forte che leggere le mappe o utilizzare i navigatgori: ci aiuta a sapere dove si trova in questo preciso istante il bagno più vicino alla nostra scrivania. Quando sei a casa, sai dove si trova il lavello della cucina. Fuori dal tuo appartamento, riesci sempre a trovare il negozio all’angolo o quello che fa le consegne a domicilio a tarda notte — anche quelle volte che sarebbe meglio per te non saperlo.
Di più ancora, riesci ad avere il senso dello spazio intorno a te — un senso che si aggiorna costantemente e prende in considerazione dove sei in riferimento a specifici luoghi. Sai sempre quando ti sposti oltre la porta d’ingresso e più vicino alla cucina.
Il cervello tiene traccia di tutto questo usando una combinazione di cellule che i ricercatori spesso chiamano «cellule di posizione» e «cellule a griglia». Queste cellule, combinate insieme, ti dicono dove ti trovi, di stai andando e quali punti di riferimento sono vicini.

Le cellule di posizione si trovano nello spazio del cervello che si occupa della memoria, l’ippotalamo. Quelle a griglia, invece, stanno in una zona adiacente, chiamata corteccia interinale. Ed è quella zona di cervello che prima di tutte risulta danneggiata nei pazienti affetti dal morbo di Alzheimer, come spiega Edvard Moser in questo video: ciò spiegherebbe perché, tra i primi sintomi della malattia, ci sarebbe la perdita di orientamento e il non riconoscere più dove ci si trovi.
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Una grande, gigantesca, strepitosa cazzata.

Quando avete finito di trastullarvelo con le analisi che stanno accompagnando l’anniversario del Drive In, indicato ovunque e frettolosamente come la premessa al libro sul disfacimento culturale e politico (o politico e culturale) italiano, ponete il vostro sguardo su Le Iene. Non c’è nemmeno bisogno di cambiare troppi canali.

È lì, nelle pieghe di una trasmissione che fu onesta e intelligente (o intelligente e onesta), che si trovano le indicazioni non del disfacimento dell’Italia, ma piuttosto del cavalcare a tutta birra battaglie perse in nome di un insano anticonformismo che porta a prendere i più colossali granchi. Si veda il caso Stamina, con tutto il codazzo velenoso di inchieste di questi giorni che finalmente stanno facendo venire alla luce ciò che la maggioranza silenziosa (sempre lei, del resto, a guidare il paese) pensava già da mesi, ma che non aveva il coraggio di dire pena l’essere additata come la parte più retrograda e antiscientifica d’Italia. Addirittura come quella che vorrebbe la morte delle persone.

Invece a sciacallo, sciacallo e mezzo. A Vannoni, Le Iene e la loro squadra di autori. I quali hanno messo in piedi la più grande campagna di mistificazione di una cosa alla meglio non verificata e alla peggio completamente illegale, avente protagonisti strumentalizzati e ignari di esserlo povere persone la cui disperazione — scriveva bene Pierluigi Battista sul Corriere un paio di giorni fa — è il cavallo di Troia che permette loro di credere a qualunque cosa in grado, anche solo a parole anche solo a promesse, di regalare un barlume di speranza.

Si è avuta la dimostrazione, in questi mesi di campagne sdegnate che ora appaiono semplicemente indegne in un paese civile, dei danni che l’infotainment di un certo tipo può recare, e peggio ancora quando la palla di neve s’ingrossa passando via via per conduttori celebri, testimonial eccellenti e finanche Papi un po’ troppo spericolati nel piazzare la papalina su questo e su quello. Ora, come lo spiegate a quei poveri bambini, a quelle povere famiglie, che nelle infusioni di staminali c’erano probabilmente tutto tranne le cellule staminali? Che, come scrivono i giornali, si trovavano persino frammenti ossei? Che, come ha scritto in alcune mail il leader di Stamina laureato in letteratura e più consueto nel mondo del marketing che in quello della medicina, c’era pure il pericolo di trasmettere batteri e infezioni? O, ancora che, come hanno messo a verbale alcune sue ex collaboratrici, il Vannoni andava dicendo che

«si può trarre guadagno dai pazienti con malattie degenerative senza speranza fortunatamente in aumento»

?

Considerate dunque voi se il cinismo è quello di chi sta prendendo una posizione critica contro un metodo antiscientifico, portato avanti e sperimentato senza il rispetto di nessun protocollo medico, e disconosciuto dalla comunità internazionale (l’editoriale su Nature parla da solo), e che magari si sente rivolta l’accusa di fregarsene di migliaia e migliaia di vite. O se, piuttosto, è  di chi usa nella stessa frase espressioni come «trarre guadagno» e «fortunatamente in aumento».

È Natale. I palinsesti boccheggiano con le repliche, gli speciali, le puntate d’archivio buone per smaltire passivamente i pranzi e le cene abbondanti. Si potrebbe, per una volta, abbandonare il tavolo con i parenti e andare in televisione, con quel bello smoking e il cravattino, a dire che a ‘sto giro la grande e strepitosa cazzata l’abbiamo fatta noi.

Clonare Lennon?

Vogliono clonare John Lennon. Speriamo che sia una notizia da 22 agosto e nulla più, perché altrimenti la questione potrebbe essere anche grave. Sta di fatto che tutti i giornali online ne stanno parlando: un dentista, fan dei Beatles, ha acquistato per 20 mila sterile un dente di John Lennon e ora si appresta a ricostruirne il DNA partendo proprio da quel frammento osseo. Un evidente problema di necrofilia, oltre che di stupro della scienza e della storia musicale. Ventimila sterline per un dente, magari anche cariato, di sicuro non perfetto, di questi tempi è una notizia che dovrebbe far indignare anche e soprattutto gli indignati permanenti per i prezzi della buvette alla Camera. Anche se il ragionamento di Daniel Zuk — questo il nome del dentista — non fa una piega: abbiamo clonato di tutto, perché non provare anche con l’ex cantante dei Fab Four (o, a seconda dei punti di vista, il marito di Yoko Ono)?

“Chi tra noi è abbastanza grande, si ricorda perfettamente cosa stava facendo quando hanno sparato a Lennon — ha proseguito il dottore — perché quindi non dare una possibilità a chi, per questioni anagrafiche, non c’era di vivere un momento altrettanto storico come la sua rinascita?”
Sembra uno di quei colpi di retorica post 11 settembre (tutti ci ricordiamo cosa stavamo facendo quando abbiamo ricevuto la notizia…), ma qui alla tragedia di un evento realmente epocale, si aggiunge la farsa della ripetizione.

Ci siamo liberati a fatica della beatlemania, che come tutte le ‘mania’ portava con sé più elementi negativi che positivi. L’idea, quindi, di ritrovarci tra qualche mese immersi in qualcosa di pure peggio ci spaventa — molto più del voler giocare a dei padrieterni con frammenti ossei di poveri cantanti.

Lasciate in pace Lennon, e con lui milioni di fan che ne approfitterebbero per rimettere in piedi un carrozzone che, oggi, nell’anno domini 2013 risulterebbe ancora più ridicolo, e banale, di quanto non lo fosse già una quarantina di anni fa. Fatelo per noi, ma in fondo anche per voi stessi: non riuscireste a reggere l’impatto di una minestra riscaldata (ammesso che si riesca a cucinare, cosa su cui ho qualche dubbio) e, soprattutto, vi verrebbe svelata la dura verità, per quello che è: la sopravvalutazione eccessiva di un personaggio tutto sommato non peggio, ma neppure troppo meglio, di tanti altri. Meglio quindi continuiate a vivere nel dolce ricordo.