L’album di famiglia di Rossana Rossanda

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Oggi sulla prima pagina del Corriere della Sera lo storico e politologo Ernesto Galli della Loggia ha scritto un articolo, intitolato Assassini e il coraggio di dirlo, che sta facendo molto discutere. In buona sostanza Galli della Loggia spiega che il mondo islamico non deve fare una ritrattazione o dissociarsi dai terribili fatti commessi negli ultimi giorni a Parigi dietro richiesta del mondo occidentale; piuttosto, ha bisogno di uno «scandalo» al suo interno, ovvero

di qualcuno nelle sue file che abbia la lucidità intellettuale e il coraggio di dire che se nel mondo si aggirano degli assassini – non uno, non dieci, ma migliaia e migliaia di assassini feroci – i quali sgozzano, violentano donne, brutalizzano bambini, predicano la guerra santa, e fanno questo sempre invocando Allah e il suo Profeta, sempre annunciando di compiere le loro gesta in nome e per la maggior gloria dell’Islam, ebbene se ciò accade non può essere una pura casualità. Non può essere attribuito a una sorta di follia collettiva. Il mondo non è pazzo: qualche ragione deve esserci. Deve esserci qualche legame – distorto, frainteso grossolanamente, erroneamente interpretato quanto si vuole – ma un legame effettivo con qualcosa che riguarda l’Islam reale.

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Cos’è Charlie Hebdo – il ricordo di un lettore

In queste ore ovunque si sta cercando di spiegare cosa sia Charlie Hebdo, il mensile satirico francese finito oggi sotto attacco del terrorismo di matrice islamica. In tutte le cose che si sono lette — molte, quasi tutte, molto belle e complete — mancava però lo sguardo distaccato; non per pigrizia intellettuale, ma perché la maggior parte dei ricordi erano stati scritti da giornalisti.

Per questo, fra i tanti ricordi, mi è piaciuta molto questo, preso da una una mail che un lettore ha inviato ad Andrew Sullivan:

Charlie Hebdo is an institution. Its humor was always very corrosive and harsh. The writers and illustrators have been active in one form or another since the late ’60s, making fun of everybody and angering everybody since then.

Its first incarnation, aptly called “Hara-Kiri” was the most scandalous weekly magazine you could find.

The week after the General de Gaulle died, they came out with the title: “Tragic ball at Colombey: one dead.” (Colombey-Les-Deux-Eglises was the village where the General’s private residence was located). After the scandal, they were forbidden to print and had to start another weekly under a new name.
Charlie was always committed to intellectual anarchism, virulently anti-clerical and anti-religion and resolutely left wing. But always in a hilarious manner. There is no 40-year-old French person of all political persuasion who has not read and laughed along with Charlie’s weekly delivery of caricatures.

E ancora:

If it turns out to be the doing of an Islamist cell, this is almost like France’s 9/11. On a much smaller scale, but France is a much smaller country. To assassinate the comedians and the satirists is as big, if not bigger thing. It is a direct impact on France’s most cherished cultural trait: the active, public, vocal disrespect and skepticism towards any form of authority, political or religious.

I am crestfallen and scared. This is a very dark moment.

Mentre tra tutti i tributi dei vignettisti, il migliore è in questo caso quello che sta girando di più:

Quanto è successo oggi rimarrà nella storia. Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro. Se non, forse, che ora — per aggiungere barbarie a barbarie — ci toccherà anche assistere alla voce della stupidità: quelli che diranno che se la sono cercata.

La pastiglia di cianuro

È interessante l’analisi di Adriano Sofri su Repubblica [21.09.2014, p.1]. Pur ammettendo di non voler «cedere alla tentazione di giudicare John Cantlie», racconta la situazione del giornalista britannico nelle mani dei rapitori dell’Isis, che in un videomessaggio è costretto — in cambio della vita, almeno per il momento — a raccontare ai media «le colpe dell’occidente e la bontà del Califfato». Se Cantlie afferma che, dalla situazione di farsi portavoce del Califfato, non ha nulla da perdere, Sofri si chiede

Se Cantlie si salvasse la vita così, o se qualche altro evento lo tirasse fuori vivo dalla sua buca, bisognerebbe rallegrarsi e accoglierlo come il figliol prodigo. Ma non è vero che non ha niente da perdere, e noi con lui. Chi dedica di intraprendere il suo viaggio deve mettere in conto questo, oltre che la morte, le ferite e l’umiliazione. Deve mettere nello zaino, o in un luogo più alla portata, la sua pastiglia di cianuro, per l’eventualità che condurre un programma dello Stato Islamico gli, o le, sembri peggio che morire.

Secondo Sofri, la domanda che chi si reca in quelle zone dovrebbe porsi è: «Sei pronto a dire al mondo che l’America e la Gran Bretagna sono il male, e il jihad dei tagliagole il bene?». E:

non c’è una deontologia per chi va a capire e informare, o a soccorrere, in luoghi così tormentati: ma bisogna sapere qual è il rischio, e farsela quella domanda.

Terrorismo pornografico.

Con l’espressione «money-shot» si intendono, in ambito cinematografico, quelle scene che sono costate in proporzione molto più di ogni altra, o che si ritengono memorabili a tal punto da far dipendere da esse tutto il potenziale commerciale di una pellicola. Nel mondo dei filmati pornografici, «money shot» viene poi utilizzato come eufemismo per indicare la scena finale di un rapporto sessuale, quella che solitamente culmina con l’eiaculazione maschile.

La definizione è utile a Simon Cottee, che sull’Atlantic studia le analogie esistenti tra i filmati pornografici e quelli prodotti dai terroristi di matrice jihadista. Scrive Cottee che l’odio per gli stili di vita e per la produzione tipicamente occidentale che i jihadisti proclamano non ha impedito loro di studiare le tecniche di comunicazione tipiche dell’occidente; né il mondo del porno. A supporto di questa tesi, cita la quantità di materiale pornografico ritrovata nel rifugio dove si nascondeva Osama Bin Laden.

Il mondo dei filmati porno, scriveva Martin Aimis in un saggio pubblicato anni fa, si divide in due grandi categorie: features e gonzo. Laddove i primi «non ti mostrano due che stanno scopando, ma ti mostrano anche perché stiano scopando», nei secondi ogni contesto e tentativo di costruzione di una storia viene sacrificato per mostrare solo due che scopano. Secondo Cottee anche

i video della violenta propaganda jihadista possono essere classificati in features e gonzo, dove i primi hanno descrizioni di violenza narrativamente ricche e orientate ad un obiettivo, mentre i secondi mettono in mostra in maniera cruda le distruzioni e le uccisioni.

Della prima categoria, secondo il giornalista americano, fanno parte i video di martiri che venivano prodotti in Palestina a metà degli anni Novanta. Questi filmati, scrive, erano solitamente lunghi anche più di un’ora, e seguivano un canovaccio narrativo incentrato sulla rivincita, dove il debole ma virtuoso alla fine trionfava sul potente ma ingiusto. Le produzioni gonze, invece, sono più recenti. Cottee attribuisce la loro origine in Iraq, a partire dalla seconda invasione americana (2003). Sono filmati corti (spesso anche di pochi secondi), prodotti con poco budget, girati con una sola telecamera e montate in maniera rudimentale, secondo l’aurea amatoriale tipica del mondo del porno gonzo. Non contestualizzano, ma si limitano a mostrare solo la scena «money-shot»: «Mostrano attacchi alle forze governative americane o irachene, ma senza preoccuparsi di spiegare perché questi attacchi stiano avvenendo».

Anche i filmati gonzo

sono celebratori, ma l’oggetto della celebrazione non sono la vita umana e il suo passaggio verso il paradiso; piuttosto è la morte umana, o più morti umane. Ci sono un deliberato sadismo e la glorificazione della distruzione fine a se stessi. In alcuni di essi, si può sentire la voce estasiata del cameramen, proprio come succede all’inizio e alla fine dei filmati pornografici amatoriali.

Secondo Cottee lo stesso Isis — l’autoproclamato Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, il temibile Califfato — negli ultimi mesi ha spinto molto nel far girare una forma di propaganda amatoriale violenta, fatta di fotografie di corpi martoriati e di filmati delle esecuzioni dei soldati americani e statunitensi con le videocamere dei telefonini. Prodotti e distribuiti dagli stessi guerriglieri, questi che Cottee definisce come «materiale macabro in maniera nauseante» rappresentano «la forma più pura di gonzo».

La novità di questi video, sottolinea Cottee, non sta più nella sola violenza, ma nell’umiliazione — secondo la definizione che lo storico Walter Laqueur diede di «barbarizzazione del terrorismo», dove il nemico non dev’essere più solo distrutto, ma deve mostrare il tormento della sua sofferenza. Se una quarantina di anni fa l’esperto di terrorismo Brian M. Jenkins ribadiva la teatralità del terrorismo stesso, nessuno poteva prevedere quanto diventasse «diffuso e grottescamente pornografico questo teatro, e quando radicalmente gonzi i gruppi che lo portano in scena».